Apr 28, 2008 - opinioni    No Comments

LA MADRE TERRA

Nell’ America settentrionale, sulla costa del nord del Pacifico, gli indiani Salishan raccontavano che:
“La terra era una volta un essere umano, ed ancora oggi è vivente. Ma è stata trasformata e non possiamo vederla. Eppure ha gambe, braccia, una testa, un cuore, carne, ossa e sangue. Il suolo è la sua pelle; gli alberi e le piante i suoi capelli, le rocce le ossa ed il vento il suo respiro”.
Poiché la forza vitale risiede nella terra dalla quale hanno origine tutte le cose, ritenevano l’agricoltura un “sacrilegio”, una violenza compiuta sul corpo della propria madre.
Shomalla, un vecchio profeta indiano, capo della tribù Wanapum nelle pianure del Nord-America, resistette fino alla morte all’insistenza dei bianchi che lo volevano obbligare a lavorare la terra:
“Mi chiedete di lavorare il terreno? Potrei forse prendere il coltello per conficcarlo nel seno di mia madre? Se lo facessi ella non mi accoglierebbe più nel suo seno quando sarò morto. Volete che vanghi e scavi le pietre? Potrei forse scavare le carni di mia madre fino alle ossa? non potrei più entrare allora nel suo corpo per resuscitare a nuova vita. Volete che tagli l’erba ed il fieno per venderlo, per arricchirmi come fanno i bianchi? Ma potrei forse tagliare i capelli di mia madre?”
Nelle grandi civiltà che precedettero la civiltà greca la terra era già adorata come Grande Madre creatrice e protettrice. In Mesopotamia la terra, Ki, era anche chiamata Nin-tu, la signora che procrea, e Niz-zi-gal-dim-me, colei che foggia ogni cosa in cui palpita il soffio della vita.
I greci traevano il culto di Gea, Dea della terra, da una mitologia indo-europea molto antica.
L’enorme diffusione della radice indo-europea Go/Ge, la terra, testimonia la sacralità che dovette ben presto accompagnare quest’immagine e, quindi, il suo nome. Questa radice si ritrova non solo in Grecia (Ge, terra, Georgos, contadino), ma anche nella lingua dell’antico Egitto (Geb, terra), e la radice appare anche nelle lingue moderne, e non solo quelle derivate dal latino, ma anche nelle lingue slave, come il russo Gorod (città), God (anno), Godmost (abilità).
Nell’VIII secolo a.C. il poeta greco Esiodo, narrava che:
“Prima era il Caos, poi Gea, la Terra, dall’ampio seno, solida ed eterna sede di tutte le divinità che abitavano l’Olimpo. Gea, prima di ogni altra cosa, partorì un essere uguale a sé, il cielo stellato, Urano, affinché questi l’abbracciasse interamente e fosse sede eterna dei beati. Essa partorì, poi, le grandi montagne, nelle cui valli dimorarono volentieri le Ninfe. Infine diede alla luce il mare deserto e spumeggiante, e tutto ciò creò da sola, senza accoppiamento”.
Urano iniziò ogni notte ad avvolgere Gaia ed ogni notte ad accoppiarsi con lei. Ma i figli che nascevano dalla loro unione erano invisi ad Urano ed egli si adoperava per non farli venire alla luce mantenendoli nascosti nelle viscere della Terra stessa. Gea (Gaia) , angosciata da questa malvagità , per liberarsi del troppo peso che rinserrava dentro di sè, escogitò un terribile inganno: estrasse dalla proprie viscere il metallo per costruire un falcetto ed invitò i suoi figli ad intervenire per liberarla e liberare se stessi. Soltanto Crono, il figlio più giovane “dai pensieri tortuosi” si fece coraggio ed accolse l’esortazione materna. Quando di notte venne Urano per sdraiarsi sulla Terra, Crono uscì dal proprio nascondiglio armato del falcetto e d’un colpo recise la virilità al padre e la gettò in mare. Si dice che Gea, fecondata dal sangue di Urano, generò le Erinni, le Ninfe, e i Giganti, mentre il membro virile, cadendo in mare, generò la bella Afrodite (nata dalla schiuma).
Nel racconto biblico Dio creò prima Adamo e poi Eva. Egli li creò a Sua immagine e somiglianza e diede loro dominio su tutta la terra.
“Dio creo’ i cieli e la terra, e tutto era molto buono. Nel Paradiso Terrestre, Adamo ed Eva potevano mangiare il frutto di qualunque albero, tranne uno”.
La certezza che la terra sia animata e viva è diffusa presso molti popoli, l’uomo non conosce i misteri della terra e la sua impotenza nei suoi confronti lo spaventa, ma se la terra è animata, se uno spirito governa la crescita di ogni pianta, allora egli può in qualche modo intervenire.
Nell’istante in cui l’uomo si è convinto attraverso la sua parte femminile, inconscia ed istintiva (Eva) che vuol emergere – a ”mangiare il frutto della conoscenza”, la polarità potenziale ancora indivisa diventa ”attuale”. ”Essi allora scoprono la loro nudità”, perdono la loro innocenza e sono perciò esclusi dal paradiso. Il peccato originale è stato commesso.
Chi è l’agente della tremenda caduta ed allontanamento dalla madre terra? Il Maligno, sotto forma di serpente, simbolo archetipo di forza creativa ma anche di perfidia, di inganno.
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Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi … diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna … prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito…”(Genesi 3,1-6)…Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden…Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita. (Genesi 3,23-24)
Erodoto sapeva che i serpenti vengono dalla Madre Terra. Infatti ci racconta che quando Creso, re di Lidia, mandò dei messi a chiedere all’oracolo di Telemesso che cosa significassero tutti quei serpenti che erano apparsi all’improvviso nei sobborghi di Sardi, la risposta fu: “…il serpente è figlio della terra e il cavallo è il nemico venuto dall’esterno” (Hist. I,78)
Ovvero, il cavallo viene dall’esterno, come quello che aveva deflorato la città di Troia, e quindi è un simbolo fallico maschile, mentre il serpente viene dalla terra e quindi rappresenta il suo simbolo fallico ed è femminile.
Come racconta Ovidio, dopo il diluvio, la terra generò un immenso pitone, serpente mai visto prima, che divenne il terrore dei popoli rinati:
“Quando dunque la terra, tutta fangosa per il recente diluvio, si riasciugò al benefico calore dell’astro celeste, partorì un’infinità di specie e in parte riprodusse le forme di una volta, in parte creò mostri sconosciuti. Certo essa non avrebbe voluto, eppure allora generò anche te, immenso Pitone, serpente mai visto prima, che divenisti il terrore dei popoli rinati: per tanto spazio ti distendevi calando dal monte! Febo, il dio che porta l’arco ma che fino allora si era servito di quell’arma soltanto contro i cerbiatti e i caprioli che scappano, uccise quest’essere, ma dovette seppellirlo sotto mille frecce e svuotare quasi la faretra, prima che morisse in un lago di sangue velenoso uscito dalle nere ferite. E perché il tempo non potesse cancellare la memoria della gloriosa impresa, istituì le solenni gare chiamate pitiche, dal nome del serpente vinto. L’alloro non esisteva ancora, e Febo si cingeva le tempie, su cui spioveva con eleganza la lunga chioma, con le fronde di un albero qualsiasi “( Metamorfosi, I,435 – 445.)
Quindi, il serpente viene dall’interno della terra, che è Madre Terra per eccellenza ed è il suo pene.
Sempre Virgilio:
“ Fu Giove che fornì alla malignità dei serpenti
Il veleno per nuocere,
che indusse i lupi a vivere di preda.
Il mare ad agitarsi,
che spogliò dei mieli le foglie,
nascose il fuoco
e seccò i ruscelli di vino
che scorrevano ovunque
perché l’esperienza, prova su prova,
costituisse le diverse arti,
scoprisse nei solchi gli steli del frumento
e dalle vene della selce
suscitasse il fuoco nascosto.”
Una delle differenze fondamentali tra i tempi antichi e moderni è la posizione della religione nei confronti della natura. Per l’uomo greco la natura era un’entità degna di venerazione, qualcosa che incuteva timore. Noi moderni non sappiamo neppure capire perché il greco dei bei tempi antichi si mantenesse fedele a usanze così strane quando doveva tagliare un albero, o cacciare un animale. Noi sorridiamo di quel timore superstizioso. Purtroppo, assieme al timore ci è sfuggito anche il sacro rispetto reverenziale.. Noi non conosciamo altro rapporto con la natura che non sia quello dello sfruttatore verso lo sfruttato. Infatti, l’enfatico sentimento della natura che noi coltiviamo è un sentimento di lusso, di uomini colti formati al gusto estetico, e non un sacro sentimento di riverenza, bensì un insistente osservare ed esaminare, governato dalla retorica. La natura ha perso per noi la sua divinità. A ciò dobbiamo certamente i nostri successi nella tecnica, nel progresso, ma li abbiamo pagati con la perdita di civiltà, con la perdita dei valori interiori dell’anima.
LA MADRE TERRAultima modifica: 2008-04-28T07:40:00+02:00da pallinof
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