Apr 28, 2008 - opinioni    No Comments

L’AGRICOLTURA

Intorno al VII-VIII millennio prima di Cristo si trovano già ampie testimonianze di quell’età che venne chiamata l’età dell’agricoltura e che significò, per la storia dell’umanità, un grande progresso.
Agricoltura dal latino agricultura da agri campo e cultura, coltivare: l’arte di coltivare i campi
Collegati alla nascita dell’agricoltura furono due eventi decisivi per la storia del genere umano. Il primo è costituito dall’aumento di popolazione. Rispetto al rapporto con l’ambiente che esisteva quando il cibo veniva procurato tramite la caccia, la pesca e la raccolta, l’agricoltura costituiva un uso più razionale e produttivo del terreno: aumentava la quantità di beni alimentari che era possibile ottenere. Di conseguenza, un numero assai più elevato di persone poteva essere tenuto in vita.
La seconda conseguenza dell’affermazione delle tecniche agricole fu che una quota della popolazione poté abbandonare il lavoro diretto a ottenere il proprio sostentamento e dedicarsi ad altre attività, come quelle religiose, politiche, militari.
Inoltre l’agricoltura ancorando in modo definitivo gli insediamenti umani ad una zona ben definita ha fatto nascere il concetto di “possesso del territorio “dal quale sono derivati gli stati, la nazioni e le arti militari.
Virgilio nel poema didascalico le Georgiche:
“ Prima di Giove non v’erano contadini
che coltivassero la terra,
né era lecito delimitare i campi
tracciando confini: tutto era in comune
e la terra, senza che le fosse richiesto,
produceva spontaneamente
e con generosità ogni cosa.”
Si può perciò ritenere che senza l’attività agricola non avremmo la civiltà moderna che conosciamo.
Anche in questo periodo – come nel periodo della caccia – la natura continuava a mantenere per l’uomo un gran numero di segreti e solo attraverso il mito l’uomo può ordinare il suo mondo, può trovare una logica per quello che accade. In questo periodo, rispetto all’età della caccia, lo scenario mitico cambia profondamente anche se i miti della caccia non scompaiono, anzi, finiscono per sovrapporsi a volte a quelli degli agricoltori.
“Cerere per prima educò gli uomini
a coltivare con l’aratro la terra,
quando vennero a mancare le ghiande,
i frutti delle selve sacre
e persino Didona non diede più cibo.”
Cerere, per i Greci Demetra, era la dea dei campi e delle messi che aveva insegnato agli uomini la coltivazione dei campi. Veniva rappresentata come una matrona severa e maestosa, tuttavia bella e affabile, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e un canestro ricolmo di frutta nell’altra.
Figlia del titano Crono e di Rea veniva considerata nella mitologia greca la dea del grano e dei raccolti. Quando sua figlia Persefone (o Proserpina), fu rapita da Ade, dio degli Inferi, mentre coglieva fiori e Demetra ne fu così addolorata che trascurò le terre, sulle quali non crebbe più alcuna pianta, e la carestia si abbatté sul mondo. Preoccupato per la situazione, Zeus chiese al fratello Ade di restituire Persefone alla madre. Questi acconsentì, ma prima di liberarla le fece mangiare i chicchi di una melagrana magica che l’avrebbero costretta a ritornare da lui sei mesi all’anno. Felice di aver ritrovato sua figlia, in primavera Demetra faceva nascere dalla terra fiori, frutti e grano in abbondanza, ma in autunno, quando Persefone era costretta a ritornare nel mondo sotterraneo, il suo dolore provocava la morte della vegetazione e l’arrivo dell’inverno. Dalla Sicilia, il culto si propagò a Roma nel V secolo a.C., popolare soprattutto fra i plebei, dove alle due dee corrispondevano Cerere e Proserpina. A lei venivano sacrificati i buoi e i maiali, le si offrivano frutta e miele. In suo onore, a Roma ogni 12 aprile si celebravano le “Cerealia”, la parola “cereali” deriva dal suo nome.
L’oracolo di Dodona in Epiro, secondo Omero, è affidato agli indovini detti «Elli, dai piedi sporchi, che dormono per terra»: un corpo sacerdotale di cui poco o nulla si sa, e che in séguito venne sostituito da una casta di sacerdotesse (indicate per lo più in numero di tre e note con il soprannome di «colombe»); Dodona si vantava d’essere il più antico santuario oracolare della grecità: il luogo di culto era la quercia sacra a Zeus, presso cui le sacerdotesse vaticinavano in estasi. Solo nel IV secolo a.C. sorse sul luogo un piccolo tempio; le tavolette votive ritrovate in esso mostrano che l’oracolo era frequentato soprattutto da privati cittadini.
L’attività agricola si presenta, perciò, come l’insieme delle tecniche elaborate con il fine di rigenerare il suolo ricostituendo le potenzialità produttive del terreno. Solo in questo modo lo sfruttamento della terra può diventare una pratica regolare e costante nel tempo.
“Così se non incalzerai
continuamente l’erba col rastrello
e non spaventerai gli uccelli col rumore,
se non eliminerai con la falce
l’ombra che oscura la campagna
e non invocherai la pioggia con preghiere,
ahimè, tu guarderai frustrato
il raccolto abbondante del vicino
e sazierai la fame
scuotendo nei boschi le querce.”
Ogni attività agricola si presenta però come la rottura del circolo naturale di crescita della vegetazione.
L’uomo, con le sue attività, interrompe la circolarità di questo ecosistema.
“Tutto così fatalmente rovina in peggio
e lasciato a sé stesso è ricacciato indietro,
come chi a stento spinge coi remi
una barca contro corrente,
se allenta per caso le braccia
il corso del fiume rapidamente
lo trascina nel suo fluire a valle.”
L’affermazione dell’agricoltura avvenuta nei tempi passati ha risolto praticamente il problema alimentare dell’uomo impegnando in esso solo una parte della popolazione cosicchè l’altra parte resa libera ha potuto dedicarsi a nuove attività abitando in centri urbani distanti dalle zone di produzione.
“A volte il conducente di un lento asinello
ne carica il basto d’olio, di frutta a buon mercato
e tornando dalla città
porta una macina o un blocco di pece nera.”
La separazione città-campagna è sancita dalla presenza delle mura di cinta e perdura anche dove, come nelle città islamiche, muta sia l’impianto urbanistico concepito come un insieme dei recinti che disegnano le singole case, e anche quando, come nel medioevo che costruisce una fitta rete di città murate e turrite in tutto l’occidente, il rapporto tra natura e cultura assegna alle città –manifestazione primaria della cultura delle comunità insediate – quel senso di libertà dai pericoli (l’aria delle città rende liberi) che viceversa infestavano i territori in cui prevaleva la natura incontaminata che sfociava nella campagna coltivata a ridosso delle mura. L’hortus conclusus dentro le mura delle magioni signorili, è spazio di natura “artefatta” riservato a pochi e comunque pregno di significati simbolici che si rifanno alla grandezza del divino, trascurando l’umano.
La natura diventa un artificio di grande attrazione e ricchezza formale soltanto quando, con la “cattura dell’infinito” seguita alla scoperta e applicazione del sistema geometrico di rappresentazione della profondità, la realizzazione dei grandi giardini delle regge europee, addomesticando la natura a fini estetico-contemplativi, disegnano un nuovo rapporto della città con il suo intorno e mettono a contatto un maggior numero di individui con la bellezza della natura.

L’AGRICOLTURAultima modifica: 2008-04-28T07:33:58+02:00da pallinof
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