Apr 28, 2008 - opinioni    No Comments

CAMPAGNA E CITTA

Le prime concentrazioni della popolazione in insediamenti di tipo urbano risalgono al periodo di trapasso tra l’età neolitica e l’età del Bronzo, quando il fiorire dell’agricoltura portò a un benessere che consentì la specializzazione delle professioni. Le città che sorsero nella pianura della Mesopotamia avevano una popolazione di 30.000 abitanti, ed erano strutturate intorno a un centro sacro e spirituale, il tempio. Successivamente, le città che erano centri del potere politico e amministrativo accrebbero la loro importanza e conseguentemente le loro dimensioni. In Estremo Oriente la civiltà urbana, nata nel II millennio a.C., sviluppò schemi planimetrici rigidi e regolari per gli insediamenti, ancora oggi riconoscibili in molte città.
In Occidente il modello che condizionò la crescita e lo sviluppo delle città fu quello della polis greca, affermatasi nel I millennio a.C.: il centro urbano, in un primo tempo privo di fortificazioni, ma dal VI-V secolo a.C. cinto di mura, era inserito nel contesto del territorio circostante e collegato da varie vie di comunicazione con paesi e villaggi vicini; concepito come uno stato indipendente (città-stato), fu organizzato secondo una suddivisione funzionale tra aree sacre, pubbliche e private. La teoria urbanistica di Ippodamo di Mileto (VI secolo a.C.), incentrata su tracciati ortogonali, contribuì a razionalizzare ulteriormente la disposizione interna della città.
L’estensione territoriale dell’impero romano, che unificò politicamente il Mediterraneo, implicò l’impiego di un efficiente sistema di infrastrutture su grande scala per il controllo di tutte le regioni. I romani realizzarono strade, acquedotti, fognature e cinte fortificate di frontiera; applicarono, nella fondazione di città nuove, il rigido schema reticolare del castrum basato sul cardo e il decumano e dotarono i nuovi centri di edifici pubblici (anfiteatri, terme, basiliche, circhi, foro).
L’affermazione della classe borghese e lo sviluppo delle attività legate al commercio caratterizzarono invece la città medievale, organizzata in un sistema complesso di spazi suddivisi secondo un ordine gerarchico, a espressione dei vari poteri pubblici (spesso in conflitto tra loro). Accanto alla cattedrale, al palazzo del vescovo e ai conventi religiosi si ergevano, altrettanto imponenti e rappresentativi, il palazzo del Comune e i palazzi delle varie corporazioni. Costruite in spazi ristretti per esigenze difensive, le città medievali si svilupparono spesso in altezza e non furono regolate da precisi piani urbanistici, ma si ingrandirono attraverso continue aggiunte. Lo schema radiocentrico ebbe comunque una vasta diffusione perché si prestava, più dell’antico schema a scacchiera, a una distribuzione in senso gerarchico degli spazi: implicita nel sistema feudale era infatti la necessità di creare nel tessuto urbano una subordinazione di tutte le parti rispetto al centro.
Durante il Rinascimento alcune città dell’Italia centrale e settentrionale, sedi delle grandi signorie, fiorirono e trasformarono il loro volto grazie a splendidi nuovi monumenti (i Gonzaga determinarono lo sviluppo urbanistico e artistico di Mantova, gli Estensi fecero lo stesso a Ferrara, i Montefeltro a Urbino). Furono anche ampliate e rinnovate molte città di origine medievale (Milano, Firenze, Venezia e Napoli). Nel Cinquecento e nel Seicento furono invece le grandi capitali europee (Roma, Parigi, Londra, Vienna) a espandersi e ad arricchirsi di palazzi e piazze monumentali, rappresentativi del potere delle grandi monarchie e dello Stato della Chiesa.
La rivoluzione industriale portò successivamente a una crescita incontrollata della città verso la campagna e al venir meno dell’antico dualismo tra spazio urbano e territorio circostante. Le zone degradate (la periferia e i centri antichi) vennero lasciate ai ceti socialmente ed economicamente più deboli, accentuando la distribuzione gerarchica degli spazi della città.
L’antica contrapposizione tra città e campagna si è poi totalmente dissolta nella città contemporanea, caratterizzata dall’integrazione delle zone funzionali in un paesaggio continuo ed eterogeneo. Il decentramento e la dispersione residenziale e produttiva sono inoltre fattori primari nelle politiche urbanistiche dei paesi più avanzati.
Il dato caratterizzante la situazione italiana consiste proprio in questa modificazione nella natura economica e sociale dei ceti dominanti, in questo intreccio rendita-profitto che rappresenta anche i due poli attraverso cui si svolge l’interscambio città-campagna.
Il quadro economico generale si presenta grosso modo nei seguenti termini. La fuga dei ceti dipendenti dalle campagne verso le città o le terrae novae con il ridursi del numero dei contadini che ne consegue, le lotte tra servi e signori con la formazione in vaste zone della Pianura Padana e della Toscana di Comuni rurali che rappresentano centri di forza e di emancipazione dei contadini, i progressi tecnologici ed organizzativi che si dispiegano nel mondo rurale, tutto ciò significa sviluppo delle forze produttive (animate e inanimate) a cui il ceto dominante deve rispondere con la formulazione e attuazione di nuovi rapporti produttivi nelle campagne.
Questi nuovi rapporti produttivi sono costituiti dallo sviluppo della colonia parziaria (mezzadria) che è indice del distacco dalla terra dei proprietari terrieri (inurbamento volontario o coatto) e segno del dissolvimento della grande proprietà terriera di tipo feudale. Questa, oltre ad essere spartita fra i nuovi ceti urbani dominanti, viene smembrata anche in quanto divenuta poco redditizia a seguito della carenza di una numerosa schiera di lavoratori facilmente assoggettabile e manipolabile.
I nuovi rapporti di produzione (la colonia parziaria) che vedono attuare una ripartizione paritaria del prodotto tra proprietario e affittuario, se da una parte rappresentano il passaggio verso forme più attenuate di sfruttamento del ceto contadino a testimonianza di una sua maggiore forza contrattuale, dall’altra costituiscono il tentativo, da parte dei signori vecchi e nuovi, di coinvolgere e cointeressare agli incrementi produttivi un ceto contadino su cui grava pur sempre il peso integrale della produzione agricola e che viene in molti altri modi ingannato e sfruttato.
Attraverso il rapporto mezzadrile o l’imposizione di canoni in natura, i signori prelevano dai contadini quote consistenti di produzioni agricole che vengono da essi collocate, con notevoli ricavi, sul mercato urbano. Lo sfruttamento delle campagne viene esercitato, in questo caso, attraverso l’esproprio del prodotto agricolo e l’intermediazione parassitaria tra città e campagna.
Questa situazione introduce aspetti contraddittori nella politica economica e socio-giuridica dei Comuni italiani. Infatti, se gli interessi generali della città portano a calmierare i prezzi dei beni agricoli e a favorire l’inurbamento dei contadini quando vi è necessità di nuove forze di lavoro e di nuove milizie soldatesche, d’altro lato l’aristocrazia terriera inurbata e il ceto urbano divenuto proprietario terriero premono per vendere i loro prodotti agricoli a prezzi più elevati di quelli fissati dalla città o esportarli in altre aree maggiormente redditizie, e contrastano l’inurbamento dei servi perché ciò significa spesso sottrazione di lavoratori dalle loro proprietà.
La situazione poi si complica perché all’interno di questi ceti dominanti e all’interno delle stesse persone convivono interessi contrastanti (rendita e profitto) per cui, ad esempio, se l’inurbamento dei servi significa per il signore-proprietario terriero (percettore di rendita) calo di lavoratori e quindi conseguente calo di produzione, d’altro lato per lo stesso signore-proprietario di bottega o mercante (percettore di profitto) rappresenta accrescimento del mercato (acquirenti di prodotti, potenziali lavoratori urbani) e quindi degli affari.
Ne deriva che, nelle dispute servi-signori come in altre controversie, i ceti urbani dominanti prendono posizioni non sempre univoche: spesso deliberano a favore dei signori feudali che, direttamente o indirettamente, arrivano a influire sulla politica cittadina; talvolta invece si pongono dalla parte dei servi soprattutto quando si tratta di ridurre le velleità di un feudatario troppo potente.
L’unico punto di chiarezza e di linearità è nella politica verso l’esterno: alleanze, lotte, leggi e norme giudiziarie, disposizioni economiche, tutto è in funzione del benessere e della potenza all’interno e della rovina e distruzione all’esterno, negli altri Comuni autonomi.
Ma questa politica, stimolando gli aspetti di particolarismo comunale, è perdente nel lungo periodo rispetto alla tendenza verso la formazione di Stati nazionali.
Inoltre, il groviglio di interessi sopra esaminati, incarnati dalle stesse persone a seguito della compenetrazione-identificazione tra signori urbani e signori terrieri, porta nel lungo periodo ad una situazione di stasi, di blocco dello sviluppo soprattutto mano a mano che gli aspetti di rendita parassitaria (agricola e di intermediazione) tendono a prevalere su quelli di profitto. Per cui, alla spinta antifeudale della politica comunale del primo periodo, si sostituisce sempre più la cooptazione del vecchio ceto signorile nell’organismo comunale e la ripresa accentuata di imposizioni e di pratiche di sfruttamento di tipo feudale senza nessun intervento innovatore delle città nei confronti del mondo agricolo per quanto riguarda gestione e tecnologie di produzione. [1974, Paolo Cammarosano]
In questa ripresa di una pressione eccessiva delle città sulle campagne, che fa saltare l’equilibrio di sfruttamento relativo stabilitosi durante il basso medioevo tra il libero Comune e il contado dipendente, è da vedersi una delle cause principali della recessione economica del secolo XIV.
Su questa divisione (manuale/intellettuale) si intreccia o si sovrappone (secondo le diverse realtà regionali) la divisione città/campagna che è, in sintesi, contrasto fra ceti urbani dominanti e ceti rurali dipendenti per la spartizione del sovrappiù, intendendo designare con il termine sovrappiù non solo una realtà economica (produzione eccedente la pura e semplice sussistenza) ma tutti gli aspetti politici, sociali, culturali a ciò connessi.
Infatti, l’appropriazione di sovrappiù da parte del ceto urbano dominante è appropriazione-privazione di potere, cultura, salute, tempo libero, nei confronti del ceto rurale dipendente.

CAMPAGNA E CITTAultima modifica: 2008-04-28T07:32:42+02:00da pallinof
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