gen 24, 2011 - opinioni    1 Comment

L’IDROGENO DI CHEOPE 5° PARTE – THE HYDROGEN OF CHEOPS PART 5

 

Con il quinto capitolo siamo finalmente giunti alla fine del nostro incredibile viaggio in terra di Egitto. Molte sono state le domande poste dai numerosi e instancabili accompagnatori, ma in particolare due le più frequenti:

1 Se si ammette ciò, si afferma implicitamente che gli Egizi usufruivano di tecnologie non compatibili con il periodo storico in cui vivevano. Questo implica due possibilità: che vi fosse un contributo tecnologico “estraneo”, forse non terrestre, oppure che ve ne fosse uno di marca umana, ma proveniente da una comunità tecnologicamente avanzata, vissuta nei millenni pre-cristiani, comunità di cui la Storia ufficiale non fa cenno. Giuseppe Colaminé Hera numero 25 anno 2008

2 I principali ostacoli all’utilizzo diffuso dell’idrogeno come vettore di energia sono relativi a problemi nelle modalità di accumulo, nel trasporto, nella distribuzione e nella scelta del sistema ottimale di produzione di energia.

Particolare importanza riveste il principio di conservazione dell’energia, cui contribuì J.R. Mayer (1841) con l’osservazione dell’equivalenza tra calore e lavoro (meccanico). Secondo tale principio, l’energia non può essere né creata né distrutta, ma solamente convertita da una forma all’altra. La sua applicazione in fisiologia porta lo stesso Mayer a sostenere la tesi che le piante fissano l’energia solare, e la trasmettono agli animali che se ne nutrono. Il Sole quindi è l’unica fonte di energia da cui dipende ogni forma di vita sulla Terra e le piante costituiscono il tramite attraverso cui l’energia del Sole viene trasferita a tutti gli altri esseri viventi. La scuola tedesca di fisiologia, fondata da Müller, viene sviluppata dai suoi allievi Th. Schwann, K.F.W. Ludwig, E. du Bois-Reymond, E. von Brücke e H. von Helmholtz. Centrale in questo ambito è lo studio fisico della trasmissione nervosa, entro il quale si presenterà di nuovo l’alternativa fra una spiegazione puramente elettrica (segnale nervoso) e una di tipo chimico (trasmissione di composti chimici durante la stimolazione sensoriale e la risposta motoria). Du Bois-Reymond integra i due concetti nella teoria della natura elettrica dell’impulso nervoso, mostrando che un flusso di elettricità si produce tanto nella contrazione muscolare quanto in quella nervosa, e proponendo che la contrazione del muscolo sia il risultato dell’eccitazione prodotta dal flusso elettrico nel nervo e trasferita al muscolo. Von Helmholtz misura la velocità di conduzione del nervo e la giunzione neuromuscolare e soprattutto analizza la percezione visiva e acustica, formulando un meccanismo per la visione dei colori, con una differente sensibilità dei coni retinici alle componenti rossa, verde e viola, e una teoria generale per la sensazione delle note musicali. (www.treccani.it)

Perchè se nel nostro organismo, come in tutti gli animali, l’energia viene accumulata o liberata attraverso reazioni di ossodo-riduzione (dove l’idrogeno e l’ossigeno svolgono il compito principale) e le comunicazioni tra i diversi organi avviene per impulsi elettrici, dobbiamo pensare ad un contributo tecnologico “estraneo”, se questo sistema esterno al nostro corpo, viene utilizzato addirittura da una popolazione per il suo sviluppo?

Sembra più logico pensare ad un intervento esterno la scoperta e gestione del fuoco e utilizzare la combustione come fonte di energia, prerogativa unica del genere umano rispetto al mondo animale.

Narra Erodoto, che al farone Micerino, venne annunziato da un oracolo della città di Buto che sarebbe vissuto altri sei anni e nel settimo sarebbe morto.

“Udito ciò, poiché questo destino gli era ormai fissato, fece fabbricare molte lampade, e appena veniva la notte, fattele accendere, beveva e si dava ai divertimenti, non cessando né di giorno né di notte, vagando per le paludi e per i boschi e dove sapeva esserci i migliori luoghi di piacere. Egli aveva escogitato tutto questo volendo dimostrare falso l’oracolo, perché gli anni fossero per lui dodici invece di sei, trasformando le notti in giorni.”

Vincere la notte e prolungare la veglia (immortalità) è stata una delle principali aspirazioni di ogni civiltà.

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Nella prima figura un potente sacerdote (erezione coperta dal gonnellino) mostra ad Osiride i due prodotti finali dell’intero processo energetico (biomassa – biogas – idrogeno).

La mano destro stringe un vaso da cui sgorga un liquido scuro, i liquami azotati prodotti dalla fermentazione anaerobica (biodigestore) che nella seconda figura si trasformano in energia alimentare. Forse non tutti sanno che la colonna portante della 1° rivoluzione verde è stata proprio l’introduzione dei fertilizzanti azotati di sintesi che hanno permesso i grandi successi produttivi delle colture. E nelle particolari condizioni pedoclimatiche egiziane dove l’azoto, essendo l’elemento più mobile, poteva essere un fattore limitante per alcune colture (graminacee) in quanto facilmente dilavabile.

La mano sinistra sorregge un vaso da cui fuoriesce una fiamma senza fumo perché l’energia viene liberata da una reazione di condensazione tra idrogeno e ossigeno per formare acqua molecola complessa a differenza della combustione, cioè la trasformazione di molecole complesse in molecole più semplici e liberazione di fumi.

Bene, a questo punto è lecito domandarsi, ma se l’idrogeno è sottoforma gassosa come può essere contenuto in una semplice ciotola??????????????????????????

Ricorriamo alla nostra guida Erodoto che nella descrizione di cerimonie particolari racconta:

”Dopo essersi raccolti nella citta di Sais per la festa, in una certa notte tutti accendono molte lucerne all’aperto in circolo intorno alla casa. Le lucerne sono costituite da vasi pieni d’olio e di sale e alla superficie c’è sopra il lucignolo stesso, ed esso arde per tutta la notte, e la festa ha nome di “accensione delle lucerne”.

Niente di nuovo per il contenuto di olio come combustibile nelle lucerne, ma il sale ………di quale composto si tratta?

Secondo Stephen Mehler il termine greco “piramide” si basa sulla parola khemitiana Per-Neter, tradotto come “Casa del Neter”. La parola egizia netjeri / netjry / ntrj / ntry originariamente significava “divino” o “puro” e si riferiva a un sale formato nei laghi salati nella zona di Wadi El Natrun utilizzato sia per il sapone, nonché nel processo di mummificazione.

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Composti di boro (dall’arabo Buraq, persiano Burah) sono conosciuti da migliaia di anni. Nell’antico Egitto, la mummificazione dipendeva da un materiale conosciuto come natron, che conteneva borati e altri sali comuni. Glasse di borace erano usate in Cina dal 300 d.C., e composti di boro erano usati per la fabbricazione del vetro nell’antica Roma.

Il natron deriva il suo nome dalla parola latina con cui si indicava la soda. In Egitto esistevano numerosi depositi (c’è, infatti, a circa 80 km da Il Cairo, una zona che si chiama Wadi el-Natrun, dove ci sono e c’erano vasti giacimenti di questo minerale) e, per la sua proprietà di assorbire l’acqua, era utilizzato per l’imbalsamazione.

 

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Tra i Paesi produttori di vetro, Strabone (64 a.c. – 19 d. c.) cita l’Egitto (Geografia, XVI, 2,25), informazione confermata dalle prospezioni archeologiche condotte in anni recenti nella zona tra Alessandria d’Egitto e il Cairo che hanno individuato a Wadi Natrun i resti di officine per la produzione del vetro, attive dall’epoca greco-romana sino al secolo scorso.

Il Wadi Natron è un sito desertico al disotto del livello del mare e comprende una serie di piccoli laghi che si prosciugano nei mesi estivi, lasciando sulle sponde incrostazioni ed efflorescenze di “natron”, il fondente comunemente usato nell’antichità per la produzione di vetro e per altri scopi (in Egitto, per il processo di imbalsamazione delle salme dei defunti).

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Un batterio, il Natronomonas pharaonis (ordine dei Halobacteriales, Archaeobacteria), è stato isolato dai laghi di soda nei quali, per sopravvivere, ha dovuto far fronte a due condizioni estreme, elevate concentrazioni saline e un pH alcalino di 11. Cresce in modo ottimale in 3.5 M NaCl ed a pH 8.5. Il suo metabolismo è alquanto singolare con un alto grado di autosufficienza alimentare (sintetizza quasi tutti gli amminoacidi necessari a suo sviluppo). Captazione diretta di ammoniaca, l’assorbimento di nitrati e conseguente riduzione di ammoniaca, e l’adozione di urea che è divisa da ureasi per liberare ammoniaca da trasformare in glutammato. E ‘probabile che Natronomonas utilizza ferredossina e non NADH come donatore di elettroni. Tale proteina, chiamata ferredoxina di cloroplasto, è coinvolta anche nelle reazioni fotosintetiche di fotofosforilazione ciclica e non ciclica nei vegetali.

La tecnologia che in futuro potrebbe risolvere i maggiori problemi di accumulo, trasporto e distribuzione dell’idrogeno sembra essere la tecnologia basata sul sodio boroidruro. In pratica l’idrogeno viene imprigionato nei legami chimici del boro e del sodio, formando un sale che in ambiente acido, come potrebbe essere un olio vegetale, libera il gas infiammabile.

Gli idruri di metallo sono dei composti che trattengono idrogeno nello spazio interatomico di un metallo. La loro origine risale all’anno 1866 quando Graham notò l’assorbimento di consistenti quantità di idrogeno da parte del palladio ma fino agli anni 1960 furono poche le applicazioni degli idruri di metallo.

Nell’immagine lo schema della reazione d’idrogenazione del metallo.

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Gli idruri si formano ed agiscono attraverso due fasi: l’assorbimento ed il rilascio dell’idrogeno. L’assorbimento dell’idrogeno nello spazio interatomico (idrogenazione) è un processo esotermico che richiede raffreddamento mentre la sottrazione di idrogeno (deidrogenazione) è un processo endotermico che richiede calore.

Quando la pressione dell’idrogeno viene inizialmente aumentata l’idrogeno si dissolve nel metallo e quindi comincia a legarsi con esso. In questa fase la pressione operativa rimane costante fino al raggiungimento del 90% della capacità di immagazzinaggio. Al di sopra di questo limite è necessario operare con pressioni elevate per raggiungere il 100% della capacità. La dispersione di calore durante la formazione dell’idruro devono essere continuamente rimosse per evitare che l’idruro si infiammi.

Se l’idrogeno viene estratto da un altro gas, una parte di esso può essere liberata in modo che porti via gli elementi estranei che non si legano al metallo. Con la deidrogenazione invece, si spezza il legame formatosi tra il metallo e l’idrogeno e la pressione operativa aumenta all’aumentare della temperatura. Inizialmente si opera a pressione elevata e viene rilasciato idrogeno puro quindi in seguito alla rottura del legame con il metallo la pressione si stabilizza fino a ridursi drasticamente quando nell’idruro residua circa il 10% dell’idrogeno. Quest’ultima parte di gas è molto difficile da rimuovere essendo quella più saldamente legata al metallo e quindi spesso non può essere recuperata nel normale ciclo di carico e scarico (Amos, 1998).

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Dall’articolo “Immagazzinamento e generazione di idrogeno da boroidruri alcalini.” Energia, ambiente e innovazione. Autori A. Pozio, M. De Francesco, G. Monteleone, R. Oronzio, S. Galli.

Il confronto tra diversi tipi di idruri in relazione alla percentuale in peso di idrogeno immagazzinato dal composto o miscele acqua/composto e al calore sviluppato durante l’idrolisi mostra che il boroidruro di sodio sviluppa meno calore rispetto a tutti gli altri (possiede cioè la termodinamica più favorevole) e con percentuale in peso di idrogeno di tutto rispetto e inferiore solo a LiH e LiBH4. Tuttavia questi composti sono meno stabili e di conseguenza più difficili da manipolare.

Una soluzione acquosa composta per metà da sodio boroidruro e metà di acqua (in peso) fornisce (attraverso un catalizzatore adatto) idrogeno con un rapporto energetico simile, in volume, alla benzina. Una volta che l’idrogeno viene estratto dal sodio boroidruro rimane del borace, una sostanza presente nei detersivi comuni, la quale può essere riciclata nuovamente in sodio boroidruro.

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Considerando che già una soluzione di broidruro al 30%p contiene circa il 7% in peso di idrogeno (63g H2/L), tale metodo di immagazzinamento è di sicuro interesse rispetto all’idrogeno compresso in bombole (23g H2/L a 330 bar) o liquido (71g H2/L).

A quanto detto si aggiunga che tale soluzione è stabile in ambiente basico, non infiammabile, non esplosiva, non produce emissioni inquinanti o sottoprodotti in grado di contribuire all’effetto serra ed infine è l’unico sistema di accumulo dell’idrogeno in forma liquida (acquosa) a temperatura ambiente che potrebbe sfruttare facilmente l’attuale sistema di distribuzione alla pompa per autotrazione.

L’utilizzo del NaBH4 non è recente, la Nasa lo aveva adottato per alimentare i razzi dello shuttle, il programma fu accantonato negli anni ’70 perchè il sale non reggeva le enormi temperature a cui sono sottoposte le strutture dello shuttle. I tecnici dell’epoca sostenevano che il sodio boroidruro avrebbe avuto una possibilità nell’ impiego per uso civile tra la fine e inizio secolo.

La DaimlerChrisler ha costruito un prototipo applicando la tecnologia che utilizza il sale in questione per alimentare delle fuelcell (il Natrium, su un modello Town & Country della Chrysler). Anche la PSA-Peugeot ha costruito un prototipo con il catalizzatore al rutenio, si chiama H2O.

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La Millennium cell (che produce i sistemi catalizzatori brevettati ) ha realizzato diversi prototipi con la Ford. Altre applicazioni stanno per essere presentate dalla Amperion, una ditta di servizi per le compagnie di telecom ,in particolare per i generatori elettrici di emergenza nelle centrali di telecomunicazioni, ospedali, uffici ecc. Probabilmente la prima applicazione in scala sarà attuata dall’esercito USA che sta costruendo dei generatori strategici e tattici per le necessità di energia elettrica logistica.

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I problemi da superare sono:

1) Alto costo del sodio boroidruro, comunque il borace residuo può essere continuamente riciclato per cui il costo diventa ammortizzabile.

2) Messa a punto di un buon sistema di riciclaggio sodio boroidruro-borace-sodio boroidruro.

3) Ottimizzazione del sistema catalizzatore sia in costi che in rendimento.

I problemi sono in gran parte di tipo economico, la Millennium Cell indica in 4/5 anni il tempo necessario a loro per ovviare a questi problemi e ritiene che il sistema possa avere una certa diffusione tra una decina d’anni. Probabilmente con investimenti maggiori i tempi potrebbero essere accorciati. In pratica, l’utilizzo di questo sistema risolverebbe due terzi dei problemi che ostacolano l’impiego di idrogeno, il sistema di accumulo -trasporto e il sistema di distribuzione-utilizzo, in quanto, a differenza di tutti gli altri sistemi, non è infiammabile e neanche tossico-nocivo. Certo è una tecnologia abbastanza recente ma dobbiamo comunque avanzare una critica ai mezzi di informazione nazionali che non hanno non solo messo in evidenza ma neanche accennato a questa nuova prospettiva. www.millenniumcell.com

Forse la soluzioni ai problemi ambientali creati dalla dipendenza dai combustibili fossili si trova nel nostro passato remoto che non riusciamo più a comprendere.

“Fino a questo punto del racconto parlavano Egiziani e sacerdoti, dimostrando che dal primo re a questo sacerdote di Efesto che per ultimo regnò ci furono 341 generazioni di uomini, e durante queste ci furono sommi sacerdoti e re, entrambi in ugual numero. Ora, 300 generazioni di uomini comprendono 10.000 anni, perché tre generazioni umane sono 100 anni, e delle 41 generazioni ancora restanti che furono oltre le 300 gli anni sono 1340.Così affermavano che in 11.340 anni non ci fu nessun dio in forma umana e che mai era avvenuto fra gli altri egiziani che divennero re niente di simile. Dicevano che in questo periodo di tempo per quattro volte il sole si spostò dalla sua sede, che da dove ora tramonta sorse due volte e due volte viceversa. In questo periodo niente in Egitto subì mutamenti, né di ciò che proviene loro dalla terra, né di quel che proviene dal fiume, né per quel che riguarda le malattie e le morti”. Erodoto Storie libro II

ott 24, 2009 - opinioni    3 Comments

L’IDROGENO DI CHEOPE 4° PARTE – THE HYDROGEN OF CHEOPS PART 4

In origine, neIl’ Antico regno, i visceri estratti dal corpo del defunto venivano riposti in una cassetta a 4 scomparti solo con il Medio Regno, e segnatamente con la XII dinastia, viene introdotto l’uso di veri e propri vasi canopici, con coperchio a forma di testa umana, contenuti in una cassetta a scomparti protetta da 4 dei (Iside, Nephtys, Neith e Selkis) che rappresentano le teste dei quattro figli di Horo che avranno un posto di rilievo anche nella cerimonia della psicostasia.

 

Originally, in the Old Kingdom, the viscera extracted from the dead person would be placed in a box with four compartments. It was only in the Middle Kingdom, and most particularly during the XII dynasty, that the use of the real canopic jars were introduced, their lids in the form of heads. They were contained in a box with compartments. The lids of the canopic jars represented the protective Gods Isis, Nephtys, Neith & Selkis (the four children of Horus) and played an important part in the ceremony of psychostasia.

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1- Imset con la testa umana rappresenta la dea Iside e contiene il fegato;

2- Qebehsenuf con la testa di falco rappresenta il dio Selkis e contiene gli intestini;

3- Hapi con la testa di babbuino rappresenta il dio Nefti e contiene i polmoni

4- Duamutef con la testa di sciacallo rappresenta il dio Neith e contiene lo stomaco;

 

Se consideriamo la grande piramide di Cheope come un enorme organismo vivente allora possiamo suddividerlo nelle quattro parti che corrispondono agli organi vitali e al dio protettore, iniziando dal basso verso l’alto.

 

1 – I condotti ascendente,discendente e la camera incompiuta corrispondono agli intestini e al dio Selkis;

2 – La grande galleria, lo stomaco e il dio Neith (Seth).

3 – La camera della regina, i polmoni e il dio Nefti

4 – La camera del re rappresenta il fegato e quindi la dea Iside.

 

Il disegno (in rosso), che corrisponde alla camera incompleta e i condotti, rappresenta un falco stilizzato e rovesciato.

 

1- IImset, with a human head, represents the Godess Isis and contains the liver.

2- Qebehsenuf, with a falcon’s head, represents the God Selkis and contains the intestines.

3- Hapi, with the head of a baboon, represents the God Nefti and contains the lungs.

4- Duamutef, with the head of a jackal, represents the God Neith and contains the stomach.

If we think of the great pyramid of Cheops as a living organism, we can divide it into four parts corresponding to the vital organs and their respective God protectors, from the base upwards.

1- The rising and descending conduits and the unfinished chamber corresponds to the intestines and the God Selkis.

2- The Great Gallery, the stomach and the God Neith (Seth).

3- The Queen’s Chamber, the lungs and the God Nefti.

4- The King’s Chamber, represents the liver and thus the God Isis.

The design (in red), which shows the incomplete chamber and the passageways, represents an inverted stylized falcon.

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La funzione dell’intestino è quella di fornire energia meccanica al funzionamento dell’impianto ed eliminazione dei sottoprodotti attraverso l’ingresso dell’acqua del Nilo tramite la camera incompleta (testa) e la fuoriuscita delle acque azotate attraverso il foro chiamato “entrata” dotato di una porta che comunica con l’esterno.

La struttura della camera incompleta permette l’ingresso dell’acqua impedendo la sua fuoriuscita in modo da garantire una pressione sufficiente al funzionamento della grande galleria ( stomaco) e la camera della regina ( polmoni).

 

Non è difficile immaginare la grande galleria come un enorme stomaco.

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The function of the intestine is to produce the mechanical energy necessary for the functioning of the installation and the elimination of the bi-products through the Nile water entrance, via the incomplete chamber (head), and the flow of the nitrogenous waters out through the opening, called ‘entrance’, with its door to the outside.

The structure of the incomplete chamber allows the water to enter and yet impedes its exit in such a way that an adequate pressure for the functioning of the Great Gallery (stomach) and the Queen’s Chamber (lungs) is maintained.

 

It is easy to imagine the Great Gallery as an enormous stomach.

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La sua fisiologia è quella di un enorme digestore anaerobico dove la biomassa composta da materiale vegetale (canne palustri) e deiezioni animali viene trasformata in biogas. La pressione dell’acqua fornita dall’intestino ( condotto ascendente) permette il movimento dello stantuffo composto dai blocchi di granito che comprimo il gas per alimentare la camera del re ed eliminare, durante la discesa, i sottoprodotti della fermentazione.

 

Its physiology is that of an enormous anaerobic digester in which the biomass composed of vegetable oesophagus matter (marsh reeds) and animal excrement is transformed into mucose membrane biogas. The water pressure supplied by the intestine (the ascending passage) pilorus allows for the movement of the plunger, made up of the granite blocks, which duodenum layers of muscle compresses the gas that feeds the King’s Chamber and then, on its descent, eliminates the bi-products of the fermentation.

La scimmia con le sue lunghe braccia collega l’esterno con la grande galleria.

The monkey, with its long arms, links the outside with the Great Gallery.

 

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La pressione e depressione formata dall’afflusso e deflusso di acqua all’interno della camera della regina permette di far affluire aria esterna che viene miscelata al biogas prima dell’ingresso della camera del re, un po’ come funzionano i polmoni in un organismo vivente.

 

Eccoci finalmente alla camera del re rappresentata da Iside e l’organo del fegato.

 

Increase and decrease of pressure is created by the inflow and outflow of water in the Queen’s Chamber. This allows for the inflow of the external air which is mixed with the biogas before it enters the King’s Chamber, rather like the functioning of the lungs in a living organism.

Here we are finally in the King’s Chamber (represented by Isis and the liver).

 

 

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Il fegato è l’organo dove avvengono le principali trasformazioni biochimiche degli alimenti e come abbiamo visto nel precedente capitolo la camera del re funziona da cella elettrolitica dove la miscela di aria e biogas sono il carburante per il suo funzionamento, cioè l’energia contenuta nei loro componenti viene trasformata in energia elettrica.

A conferma di ciò un’iscrizione del Tempio di Dendera nella colonna di sinistra.

 

It is in the liver that the principle biochemical transformations take place. As we have seen in the previous chapter, the King’s Chamber functions as an electrolytic cell in which the mix of air and biogas is the fuel. Thus the energy contained in each component is transformed into electrical energy.

An inscription on the left hand column in the Temple of Dendera confirms this.

 

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“l’energia – Mhn – presente nell’aria di due terre è stata inviata dalla stanza di controllo nella casa del giudizio, la casa celeste del Dio del cielo Nut, il quale è il primo nella presenza di Ra (scarabeo) nel silenzio del suo trono”.

Il mito di Iside sposa di Osiride ci da una descrizione simbolica del funzionamento della piramide di Cheope.

“Osiride portò la civiltà agli uomini, insegnò loro come coltivare la terra e produrre il vino e fu molto amato dal popolo. Seth ( lo sciacallo, lo stomaco), invidioso del fratello, cospirò per ucciderlo. Egli costruì in segreto una bara preziosa fatta appositamente per il fratello e poi tenne un banchetto, nel quale annunciò che ne avrebbe fatto dono a colui al quale si fosse adattata. Dopo che alcuni ebbero provato senza successo, Seth incoraggiò il fratello a provarla. Appena Osiride vi si adagiò dentro il coperchio venne chiuso e sigillato. Seth e i suoi amici gettarono la bara nel Nilo, facendo annegare Osiride. Questo atto simboleggerebbe l’annuale inondazione del Nilo.

Iside con l’aiuto della sorella Nefti (la scimmia, i polmoni) riportò Osiride alla vita usando i suoi poteri magici. Prima che si potesse vendicare Seth uccise Osiride, fece a pezzi il suo corpo e nascose le quattordici (secondo alcune fonti: tredici o quindici) parti in vari luoghi. Iside e Nefti (la scimmia, i polmoni) trovarono i pezzi (eccetto i genitali, che erano stati mangiati dal pesce Ossirinco). Ra (lo scarabeo) mandò Anubi e Thot ad imbalsamare Osiride, ma Iside lo riportò in vita. Successivamente Osiride andò negli inferi per giudicare le anime dei morti, e così venne chiamato Neb-er-tcher (“il signore del limite estremo”).”

Il granito, che costituisce la struttura della camera del re e della struttura sovrastante, è composto principalmente da quarzo, dotato di proprietà piezoelettriche. In pratica la sua struttura molecolare si deforma elasticamente se attraversata da un flusso di corrente o di onde elettromagnetiche, per poi riassestarsi quando il flusso cessa. Durante la fase di passaggio, il quarzo vibra e muta la distribuzione delle cariche che lo attraversano.

Mentre la massa litica della piramide è fondamentalmente fatta di pietra calcarea. Il calcare è costituito da carbonato di calcio, dotato di qualità anisotrope. Ciò vuol dire che ha una capacità di conduzione variabile in base alla velocità ed alla direzione delle onde elettromagnetiche, quindi può essere utile a controllare la propagazione della radioattività.

 

‘The energy – Mhn – present in the air of the two earths is sent from the control chamber to the house of judgement, the celestial house of Nut, the God of heaven, who is the first in the presence of Ra (scarab) in the silence of his throne’.

The myth of Isis, spouse of Osiris, provides a symbolical description of the function of the pyramid of Cheops.

‘Osiris brought civilization to humankind, teaching them how to cultivate the earth and produce wine and he was very much loved by the people. Seth (the jackal, stomach), envious of his brother, conspired to kill him. Secretly he constructed a precious coffin especially for his brother and then gave a banquet announcing that he had made a present for the one to whom it was best suited. After some had tried it without success, he encouraged his brother to try it. As soon as Osiris had settled inside it, the lid was closed and sealed. Seth and his friends threw the coffin into the Nile, drowning Osiris. This act could symbolize the annual inundation of the Nile.

With the help of Nefti her sister (the monkey, lungs), Isis brought Osiris back to life, using her magic powers. Before Osiris could take his revenge, Seth killed him, cut up his body into 14 pieces (according to some 13, to others 15) and hid them in various places. Isis and Nefti (the monkey,lungs) found the pieces (except the genitals which the fish Ossirinco had eaten). Ra (the scarab) sent Anubis and Thot to embalm Osiris. But Isis brought him back to life. Thereafter Osiris went to the underworld to judge the souls of the dead, & thus became known as Neb-er-tcher (‘the Lord of the further- most boundary’).

The granite used for the King’s Chamber and the structure above it is principally composed of quartz which has piezoelectric properties. In practice its molecular structure deforms flexibly if a flow of current or electromagnetic waves pass through it, and then settles back when the flow ceases. During this passing phase the quartz vibrates and changes the distribution of the charges which pass through it.

However, the lithic mass of the pyramid is basically composed of calcareous stone (limestone). Limestone is calcium carbonate and anisotropic. This means that it has a variable conductive capacity, depending on the speed and direction of the electromagnetic waves. Thus it can be useful in the control of radioactive propagation.

 

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Catalizzata dagli enzimi batterici (Archea) avviene la seguente reazione chimica:

CH4 + 2H2O —— CO2 + 8e- + 8H+

Gli ioni idrogeno reagiscono con l’ossigeno: 8H+ + 2O2 ——- 4H2O

Mentre gli elettroni migrano al condensatore dispositivo atto a realizzare un adeguato valore concentrato di capacità elettrica. Un condensatore si realizza generalmente mediante due superfici di materiale conduttore con interposto un mezzo dielettrico (isolante). Applicando una differenza di potenziale tra le armature si crea un campo elettrico nel dielettrico e, grazie al lavoro del generatore, un accumulo di carica sulle stesse (carica positiva sull’una e negativa sull’altra), tanto più grande quanto più è grande la capacità del condensatore.

Ma una domanda sorge spontanea: se gli antichi egizi utilizzavano la grande piramide di Cheope per la produzione di energia elettrica dovevano disporre anche di una rete per la sua distribuzione e utilizzazione?

Witricity (contrazione di wireless electricity, elettricità senza fili) è una tecnologia sviluppata nei laboratori del MIT di Boston (USA) e pubblicata nel 2007. Essa consente di trasmettere energia senza fili tra le apparecchiature elettriche od elettroniche, basandosi su un principio dimostrato già da Nikola Tesla nel 1893.

Il prototipo realizzato in TILab si colloca su un’altra scala di potenze e dimensioni, pur mantenendo l’efficienza dell’omologo d’oltre oceano. Esso è stato concepito per trasmettere potenze dell’ordine del watt a breve distanza. Dotato di un trasmettitore quarzato, allo stato solido e di ridotte dimensioni, in grado di accettare potenze di pilotaggio fino a 100 watt e operare in un range di frequenze comprese tra 3 e 30 MHz. (Onde evanescenti e trasmissione di energia senza fili – Valter Bella).

When catalysed by the bacterial enzymes (Archea), the following chemical reaction takes place:

CH4 + 2H2O ——— CO2 + 8e- + 8H+

The hydrogen ions react with the oxygen: 8H+ + 2O2 ——- 4H2O

Meanwhile the electrons migrate to the regulating condenser activated to realize a sufficiently concentrated value of electrical capacity. A condenser is generally made up of two surfaces of conductive material with a dielectric medium (insulator) between them. Applying a difference of potential between the armatures creates both an electric field in the dielectric medium and a build up of charge (positive charge on one and negative on the other), greater or lesser depending on the capacity of the condenser.

But a spontaneous question now arises: if the ancient Egyptians utilized the great pyramid of Cheops to produce electrical energy, did they not also need a network to distribute and use it?

Witricity (short for wireless electricity) is a technology developed in the laboratories of MIT Boston (USA) and published 2007. This is based on a principle already demonstrated by Nicola Tesla in 1893 and allows for the transmission of energy without wires between electric or electronic appliances.

A prototype developed by TILab makes possible a jump in both power scale and dimensions, assuming, after crossing the ocean, it can maintain its effectiveness on arrival. It was conceived of as a method of transmitting power of the order of watts over short distances. The prototype was equipped with a small solid-state quartz transmitter capable of receiving power in experiments up to 100 watts and operating in a range of frequencies between 3 and 30 MHz.

(Onde evanescenti e trasmissione di energia senza fili – Valter Bella).

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Quando un circuito con induttanza (L) e capacità (C) collegate in parallelo (A) viene eccitato da un’energia esterna, a radiofrequenza, l’energia elettromagnetica percorre l’induttore L ed il condensatore C ed assume alternativamente la forma di un campo magnetico (durante la fase di corrente nell’induttanza) e di un campo elettrico (durante la fase di tensione al condensatore).

When a circuit with inductance (L) and capacity (C) connected in parallel (A) is stimulated by an external energy, on a radio frequency, the electromagnetic energy passes through the inductor L and condenser C . It assumes alternately the form of a magnetic field (during the phase of current in the inductance) and an electrical field (during the tension phase at the condenser).

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Nelle immediate vicinanze del circuito c’è un campo d’induzione elettromagnetica che decresce secondo il cubo della distanza. Un tale circuito però non crea un significativo campo di radiazione, tuttavia se si modifica la struttura del condensatore aumentando la distanza tra le sue armature e si stira l’induttore in maniera che le due componenti del circuito occupino uno spazio massimo, il prodotto LC rimane inalterato ed il circuito è in grado di produrre una radiazione elettromagnetica in grado di propagarsi nello spazio (campo lontano). Un siffatto circuito prende il nome di “antenna” e la capacità si è ripartita per tutta la lunghezza dell’induttanza, che è stata stirata sino ad assumere la forma di filo ( B ). L’obbiettivo in oggetto è però quello di realizzare un loop con un campo elettrico di prossimità quanto più debole possibile e ciò è possibile concentrando la capacità del circuito in un condensatore, invece che ripartirla per tutta la lunghezza del filo irradiante. E’ per questa ragione che in fase progettuale si sceglie un loop composto da un’unica spira ( C ), dove il campo elettrico si concentra quasi esclusivamente nel condensatore, mentre quello magnetico si sviluppa su una superficie sufficiente a consentire l’emissione del campo vicino. La direzione di emissione principale del loop magnetico è radiale nel piano della spira ( D ), mentre nelle due direzioni perpendicolari che tagliano tale piano, la radiazione è minima. Occorre operare un distinguo tra i loop in elettronicamente piccoli e grandi. Un loop si definisce elettricamente piccolo quando la lunghezza del cavo che lo avvolge lungo il suo perimetro è molto minore della lunghezza d’onda applicata (minore di 0,22 volte la lunghezza d’onda). Nei loop elettricamente piccoli la corrente che vi scorre all’interno è uniforme in tutte le porzioni del cavo, mentre nei loop elettricamente grandi la corrente varia lungo la lunghezza del conduttore. I loop grandi rispondono fondamentalmente alla componente elettrica dell’onda TEM.

In the immediate vicinity of a circuit there is an electromagnetic induction field which decreases with the cube of the distance. But such a circuit does not create a sufficient radiation field. Nevertheless, if one modifies the structure of the condenser, increasing the distance between its armatures, and if one stretches the inductor in such a way that the two components of the circuit occupy the maximum space, the product LC remains unchanged and the circuit is able to produce an electromagnetic radiation capable of propagating itself in space (distant field). Such a circuit is called ‘antenna’ and the capacity is distributed over the whole length of the inductance, which is stretched to assume the form of a wire (B). The objective aimed at is, however, to create a loop with a proximate electrical field as weak as possible. This is possible by concentrating the circuit capacity in a condenser instead of distributing it over the full length of the irradiating wire. It was for this reason that, in the planning phase, a single coil loop was chosen (C) in which the electric field is concentrated almost exclusively in the condenser, whereas the magnetic field develops on a surface sufficient to permit the emission of a field nearby. The direction of the principle emission of the magnetic loop is radial in the plane of the coil (D), while in the two perpendicular directions which cut such a plane, the radiation is minimal. One must make a distinction between electronically small and large loops. A loop is said to be electronically small when the length of the cable which winds around its perimeter is much less than the applied wave (less than 0,22 times the length of the wave). In small electric loops, the current passing through is uniform in all sections of the cable, while in electronically large loops the current varies over the length of the conductor. Large loops basically respond to the electronic component of the TEM wave.

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La geometria insegna che, per una linea di una data lunghezza posta in modo da circoscrivere una certa area, la forma circolare è quella che presenta la maggiore superficie e quindi, in questo particolare contesto, il loop circolare è quello che meglio coniuga i suddetti requisiti tra loro contrastanti. Infine per l’efficienza di scambio energetico, tra loop emettente e quello ricevente, questi debbono possedere un fattore di merito Q estremamente elevato. In sostanza per un efficiente trasferimento energetico: Q emittente per Q ricevente maggiore di 106.

 

Geometry teaches us that for a line of a certain length placed so as to circumscribe an area, the greatest surface area will be contained within a circular line. Thus, in this particular context, the circular loop is that which best meets the requirements mentioned above. Finally, for the efficient exchange of energy between the emitting and receiving loops, the loops must possess an extremely high merit factor Q. In short, for an efficient energy transfer: Q emitting x Q receiving >106 .

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Gli effetti energetici di un’onda evanescente sono percepibili sino ad un terzo della sua lunghezza d’onda, dopodiché essi decadono in modo esponenziale, vanificando bruscamente la resa del sistema. L’attuale efficienza dei dimostratori ( con frequenze 3-30 MHz ) si estingue bruscamente oltre i due metri. Usando una frequenza operativa più bassa (la “Camera del re” risuona a 740 Hz), ossia una lunghezza d’onda maggiore, questa portata utile aumenta, ma necessita di un loop di grandi dimensioni per mantenere costante il loro guadagno. L’utilizzo di metalli nobili come l’oro riducono la resistenza dei loop incrementando il loro fattore di merito Q, aumentando l’efficienza del trasferimento di energia.

The energetic effects of a fading wave are perceptible for up to a third of their wave length. After that they decay rapidly, disrupting the output of the system. The actual efficiency of the display (with frequencies of 3-30 MHz) decays suddenly beyond two meters. At a lower operating frequency (the King’s Chamber resonates at 740 Hz) or greater wavelength, this usable range increases, but it needs a loop of vast dimensions to keep the advantage constant. The use of precious metals like gold reduces the resistance of the loops, boosting their merit factor Q and increasing the efficiency of their energy transfer.

 

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All’ interno dei condotti della camera del re sono visibilmente presenti oggetti metallici come barre e tubi.

 

Inside the conduits of the King’s Chamber there are metal objects like bars and tubes clearly to be seen.

 

 

Nel papiro di Ani da sinistra verso destro la trasformazione della biomassa, formata da canne palustri e deiezioni animali con l’aiuto dell’aria fornita dalla scimmia (polmoni) e lo sciacallo (stomaco), in energia sotto lo sguardo della dea iside. L’ultima figura femminile a destra tiene in mano lo zed, strumento per la ricezione dell’energia prodotta.

 

From left to right in the Ani papyrus, the transformation of the biomass into energy is shown, watched over by the Godess Isis. This transformation of the marsh reeds and animal excrement took place with the help of air supplied by the monkey (lungs) and the jackal (stomach). The last female figure on the right holds the zed in her hand, the instrument for receiving the energy produced.

 

 

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Mentre nella raffigurazione del tempio di Dendera viene rappresentata un’onda elettromagnetica e il meccanismo di trasferimento dell’energia allo strumento ricevitore lo Zed.

 

The relief in the Temple of Dendera, however, shows an electromagnetic wave and the mechanism for the energy transfer to the receiver.

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L’iscrizione del tempio riporta nella colonna di sinistra:

The inscription in the temple tells us on the left hand column:

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“La tua potente luce ‘Mhn’ – Men – da questa regione alla regione di Reret, eternamente in vita e in serenità”.

Your powerful light ‘Mhn’ Men – from this region to the region of Reret, eternally alive and bright.’

“Mi dicono:“Voi siete fuori della questione, voi siete fuori dalla scienza.”

Prima nessuna scienza escludeva dal proprio ambito le questioni filosofiche che con essa si riconnettevano; adesso la Storia dice apertamente che le questioni riguardanti i destini dell’umanità, le leggi del suo sviluppo, sono fuori dalla scienza. La fisiologia sostiene di conoscere i processi dell’attività nervosa, ma le questioni della libertà o della non libertà dell’uomo sono fuori del suo ambito. La giurisprudenza sostiene di conoscere la storia dell’origine delle tali e talaltre disposizioni, ma sostiene del pari che la questione se e in quale misura queste disposizioni rispondano al nostro ideale di giustizia, si trova al di fuori del suo ambito, e così via. Ancora peggio la medicina dice: questa vostra malattia è fuori dalla scienza. E allora a che diavolo mi servono le vostre scienze? E’ meglio che giochi a scacchi, allora. E invece tutti voi studiate soltanto perché studiare è un’occupazione piacevole; anche se sai che non impara niente.

Che ho mai da menar vanto, se arriverò a conoscere fino all’ultimo geroglifico, e però non sarò in grado di capire il significato di una sola iscrizione geroglifica?

E’ ora di capire che questa speranza vive da 3000 anni storici, e noi non siamo avanzati di un capello nella conoscenza di ciò che è giustizia, di cosa sia la libertà, di quale il senso della vita umana.

Giocare a scacchi è un’occupazione piacevole: ma in essa non c’è niente di cui andare orgogliosi, e ancor meno c’è ragione di disprezzare coloro che non sanno giocare a scacchi.”

Tratto da: Una conversazione sulla scienza – Lev Nikolaevič Tolstoj.

 

‘ They say to me: “ Without questions, you are without science.” Earlier, no science denied access to relevant philosophical questions. Today, History states openly that

questions regarding the destiny of humanity and the laws governing its development form no part of science. Physiology claims to know the functioning of the nervous system, but questions of man’s liberty or lack of it are outside its field. Jurisprudence claims to know the origins of the history of this or that regulation, but equally maintains that the question as to whether and to what degree such regulations correspond to our ideal of justice, is outside its field, and so on. Worse still, Medicine states: this disease of yours is beyond science. And so what use, in the devil’s name, are your sciences to me? It is better to play chess, then. And instead you all study only because to study is a pleasurable occupation; even if you know that you learn nothing.

What on earth have I to boast about if I get to know every hieroglyph and yet am not able to understand the meaning of a single hieroglyphic inscription?

It is time to understand that this hope has been alive for 3,000 years of history and we have not advanced a hair’s breadth in our knowledge of what justice is, what liberty is or what is the meaning of human life.

Playing chess is a pleasurable occupation: but in itself there is nothing to be proud about, and even less reason to despise those who cannot play chess.’

From: A conversation on Science – Lev Nikolaevic Tolstoj

 

Gazie a Tutti.

 

Taduzione a cura di Andrew Stevenson

dic 11, 2008 - opinioni    5 Comments

L’IDROGENO DI CHEOPE 3° PARTE – THE HYDROGEN OF CHEOPS PART 3

Armati delle conoscenze scientifiche oggi acquisite, proviamo a vedere come funzionava l’impianto biotecnologico  della piramide di Cheope.

L’elettrolisi  è un processo che trasforma energia elettrica in energia chimica, inverso a quello della pila. Con la pila infatti si sfrutta una reazione chimica per produrre energia elettrica, con l’elettrolisi invece si usa l’energia elettrica per far decorrere una reazione chimica che non avverrebbe spontaneamente.

Il suo nome deriva dal greco e significa “rompere con l’elettricità”, dato che nella maggior parte dei casi sottoporre ad elettrolisi una sostanza significa scomporla nei suoi elementi costitutivi.

Per applicazione di una corrente elettrica continua, subiscono elettrolisi tutte quelle sostanze che, in soluzione o fuse, si scompongono in ioni, ossia gli acidi, le basi ed i sali, nonché l’acqua stessa.

 

Equipped with the acquired scientific knowledge of to-day, let us try to see how the biotechnological installation in the pyramid of Cheops functioned.

Electrolysis is a process which transforms electrical energy into chemical energy, the contrary of the process in a battery. In the battery’s case a chemical reaction is used to create electrical energy, in contrast to electrolysis which uses electrical energy to initiate a chemical reaction which would not have occurred spontaneously.

Its name derives from the Greek and means ‘to break by electricity’, given that in the majority of cases to subject a substance to electrolysis signifies its breaking up into its component parts.

When substances, that is to say acids, alkalis, salts and indeed water, are subjected to electrolysis by the application of a continuous electrical current, they are broken up into ions.

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L’elettrolisi dell’acqua produce ossigeno e idrogeno gassosi che a loro volta possono essere utilizzati nella cella a combustibile per produrre energia elettrica.

Una cella a combustibile (dal nome inglese fuel cell) è un dispositivo elettochimico che permette di ottenere elettricità direttamente da certe sostanze, tipicamente da idrogeno ed ossigeni, senza che avvenga alcun processo di combustione termica.

Fu scoperta per caso nel 1839 da William Grove, un curioso avvocato del Galles con l’hobby della chimica. Durante un esperimento di elettrolisi, procedimento attraverso il quale si può separare idrogeno e ossigeno dall’acqua, si accorse che, nel momento in cui le batterie che alimentavano le celle elettrolitiche venivano escluse, il processo riprendeva al contrario; cioè l’idrogeno e l’ossigeno si riunivano generando elettricità.

La comunità scientifica pur interessata inizialmente preferì optare per la dinamo, scoperta poco tempo dopo da Werner Siemens, come generatore di energia elettrica.

Passarono 120 anni prima che la NASA adottasse le “fuell cells” per il progetto Apollo e ire dagli anni ’60  le pile a combustibile sono state utilizzate per tutte le missioni spaziali sia Apollo, sia Shuttle.

 

The electrolysis of water produces oxygen and hydrogen gas which in their turn can be utilized in the fuel cell to produce electrical energy.

A fuel cell is an electrochemical device which makes it possible to obtain electricity

directly from certain substances, typically hydrogen and oxygen, without any thermal combustion process taking place.

William Grove, a Welsh barrister with chemisty as a hobby, discovered this phenomenon by chance in 1839. During an electrolysis experiment in which it was possible to separate hydrogen and oxygen from water, he noted that the moment in which the batteries feeding the electrolytic cells were cut off, the process re-started in the opposite direction, that is to say, the hydrogen and oxygen reunited producing electricity.

Werner Siemens discovered the dynamo shortly afterwards and the scientific community, although it had initially shown interest in Grove’s work, opted instead for the dynamo as a generator of electrical energy.

120 years were to pass before NASA adopted fuel cells for the Apollo project. From the 1960ies onwards they have been used in all Apollo and Shuttle missions.


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L’interesse per un possibile sviluppo di un’economia a idrogeno ha accelerato lo sviluppo di metodi meno costosi per la sua produzione su vasta scala.

Oltre l’elettrolisi, l’idrogeno può essere estratto dall’acqua  per termolisi utilizzando calore che comunemente viene attuata dagli idrocarburi e dai combustibili fossili attraverso processi chimici.

La produzione su vasta scala dell’idrogeno avviene solitamente mediante lo steam reforming del gas naturale (metano). Ad alte temperature (700–1100 °C), il vapore (H2O) reagisce con il metano (CH4) per produrre syngas (miscela di gas, essenzialmente monossido di carbonio CO e idrogeno H2 ) con un’efficienza approssimativa dell’80%.

CH4 + H2O → CO + 3H2 – 191,7 kJ/mol

Il calore richiesto per attivare la reazione è generalmente fornito bruciando parte del metano.

Anche alcuni processi biochimici permettono la produzione di idrogeno attraverso l’azione enzimatica con notevole risparmio energetico, ma ancora in fase di sperimentazioni per aumentarne l’efficienza:

WATER GAS SHIFT

Alcuni batteri fotoeterotrofi, appartenenti alla famiglia delle rodospirillacee e in particolare il Rubrivivax gelatinosus , possono crescere al buio, usando CO come sola fonte di carbonio, per generare ATP, idrogeno e CO mediante una reazione di via “water gas shift”.

BIOFOTOLISI DELL’ACQUA

La generazione di idrogeno ad opera di batteri fermentativi era già nota a partire dal 1930, i primi studi scientifici per la sua produzione sono iniziati nel 1942 con l’impiego di microalghe e nel 1949 con fatteri fotosintetici.
Oggi sappiamo che alcune alghe e batteri, in particolare microalghe e cyanobatteri sono in grado di produrre idrogeno sotto specifiche condizioni. I pigmenti delle alghe assorbono l’energia solare e gli enzimi nella cellula agiscono da catalizzatori per scindere l’acqua nei suoi componenti di idrogeno e ossigeno.

PHOTOFERMENTATION

Alcuni batteri fotosintetici, i “purple-non sulfur” , (Rhodobacter spheroides) sono considerati produttori molto efficaci di idrogeno. L’apparato fotosintetico di questo tipo di batteri, in condizioni anaerobiche, è in grado di
Utilizzare acidi organici (lattico, butirrico) o alcoli come donatori di elettroni, per la produzione di H2.

BATTERI NON FOTOTROPICI

La produzione di idrogeno con fermentazione al buio avviene mediante l’ausili di batteri non fototropici, anaerobi o facoltativi capaci di trasformare i carboidrati e le proteine del substrato in gas di idrogeno:
Enteroccoccus durans;
Enterobacter cloacae vive nelle acque, suoli, piante, liquami, feci umane e animali.
Enterobacter aerogenes viva nello stesso ambiente.
Bacillus licheniformis
Clostridium butyricum vive sedimenti marini, formaggi, rumine di vitelli, feci, veleno di serpenti.
Clostridium tyrobutyricum vive nel suolo, formaggio, feci bovine e umane.
Clostridium pasteurianum
Lactobacillus casei vive nel latte, formaggio, letame, foraggio in silos, intestino umano.

Se è vera la massima “la verità sta sempre nel mezzo”, la combinazione tra i principi dell’elettrolisi e l’azione enzimatica dei microrganismi ha prodotto la geniale cella a combustibile microbica (MFC) di un gruppo di ricercatori della Penn State guidata dal dottor Bruce Logan.

 

Interest in the possible introduction of a hydrogen economy has accelerated the development of cheaper methods of producing hydrogen on a vast scale.

Besides electrolysis, hydrogen can also be extracted from water by thermolysis. The heat required is generally produced chemically from hydrocarbons and fossil fuels.

Large-scale production of hydrogen uses steam refining of natural gas (methane).

At high temperatures (700 – 1,100°C), the vapour (H20) reacts with the methane (CH4) to produce syngas (a mixture of gas, essentially carbon monoxide CO and hydrogen H2) with approximately 80% efficiency.

CH4 + H2O -> CO + 3H2 – 191,7 kJ/mol

The heat necessary to activate the reaction is generally produced by burning part of the methane.

Some biochemical processes can produce hydrogen, using enzymatic action, with significant energy savings. But efforts to improve the efficiency of these processes are still in an experimental stage:

WATER GAS SHIFT

Certain photoheterotrophic bacteria, belonging to the family rodospirillacae, and in particular rubrivivax gelatinosus, can grow in the dark. They use CO as their sole source of carbon, in order to generate ATP, hydrogen and CO via a ‘water gas shift’ reaction.

BIOPHOTOLYSIS OF WATER

The production of hydrogen by fermentative bacteria was already noted by 1930.

The first scientific studies on its production were started in 1942 using micro-algae

and, in 1949, using synthetic bacteria.

Today we know that some algae and bacteria, in particular micro-algae and cyanobacteria, are able to produce hydrogen under certain conditions. The algae pigments absorb solar energy and the cell enzymes act as catalysts for the splitting of water

into its components hydrogen and oxygen.

PHOTOFERMENTATION

Some photosynthetic bacteria, the ‘purple non-sulphur’ (Rhodobacter spheroides) are considered to be very effective producers of hydrogen. The photosynthetic equipment of this type of bacteria, under anaerobic conditions, is capable of using organic acids (lactic and butyric) or alcohols as donors of electrons for the production of H2.

NON-PHOTOTROPHIC BACTERIA

The production of hydrogen by fermentation in the dark happens with the help of non-phototrophic, anaerobic or facultative bacteria capable of transforming the carbohydrates and proteins of the substrate into hydrogen gas:

Enterococus durans;

Enterobacter cloacae lives in water, soil, plants, sewage, human and animal feces.

Enterobacter aerogenes lives in the same environment.

Bacillus licheniformis.

Clostridium butyricum lives in marine sediments, cheeses, the cud of cows, feces, snake venom.

Clostridium tyrobutyricum lives in soil, cheese, bovine and human feces.

Clostridium pasteurianum

Lactobaccilus casei lives in milk, cheese, dung, forage in silos, human intestine.

If the maxim ‘the truth is always in the middle’ is true, the combination of the principles of electrolysis and enzymatic action of microorganisms has produced the

genial microbic fuel cell (MFC) developed by a Penn State group of researchers led by Dr. Bruce Logan.

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L’amido della biomassa viene trasformato, attraverso una fermentazione anaerobica, in acido acetico, necessario al metabolismo dei batteri all’interno della cella.

I batteri  inseriti nella camera dell’ anodo, priva di ossigeno, utilizzano l’acido acetico come fonte energetica per il loro metabolismo catalizzando la sua ossidazione.

CH3COOH + 2H2O → 2CO2 + 8H+ + e-

Aggiungendo una piccola quantità di tensione (0,25 V) a quella prodotta dai batteri e non usando l’ossigeno al catodo abbiamo  una cella elettrolitica per produrre idrogeno.

Ma tutto questo cosa c’entra con la piramide di cheope????

La parola stessa piramide deriva dal greco e la si può tradurre come fuoco (pyr) nel mezzo. cioè l’energia concentrata al centro rappresentato dalla cosiddetta camera sepolcrale del re (5,20 x 10,40 m, alta 5,85 m), in granito di Assuan con un sarcofago vuoto e privo di coperchio. Il soffitto della stanza è formato da nove blocchi di granito dal peso di circa 400 t ed è protetto da un dispositivo costituito di cinque compartimenti disposti uno sopra l’altro (camere di scarico) e separati ognuno da blocchi piatti di granito, l’ultimo dei quali coperto da blocchi di calcare disposti “a contrasto” allo scopo di ripartire le forze di pressione della massa. L’aerazione della camera è assicurata da due prese d’aria, i condotti nord e sud.

 

Biomass starch is transformed, via anaerobic fermentation, into acetic acid, necessary for the metabolism of the bacteria within the cell.

The bacteria in the anode chamber, deprived of oxygen, makes use of the acetic acid as an energy source for their metabolism, catalyzing its oxidation.

CH3COOH + 2H2O à 2CO2 + 8H+ + e-

Adding a small amount of voltage (0,25V) to that produced by the bacteria and not using oxygen at the cathode, we have an electrolytic cell to produce hydrogen.

But what has all this got to do with the pyramid of Cheops ????

The word pyramid itself derives from Greek and could be freely translated as fire (pyr) in the middle. That is to say, the energy concentrated at the centre is represented by the so called sepulchral Chamber of the King (5,20 x 10,40 m and

5,85 m high), made of Assuan granite, with an empty, lidless, sarcophagus. The roof of the chamber is made up of 9 blocks of granite weighing 400 tons and protected by a system of five compartments one above the other (discharge rooms) and separated one from the other by flat blocks of granite. The last of these is roofed by limestone blocks which are leant against one another in order to dissipate the pressure forces of the mass. The airing of the chamber is ensured by two air intakes, the north and south vents.


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Questo schema rappresenta molto semplicemente la cella elettrolitica microbiologica del faraone Cheope. Il funzionamento è uguale alla cella elettrolitica microbiologica della Penn State con la differenza del metano al posto dell’acido acetico e l’impiego di archeobatteri per la produzione di enzimi.

La formula della reazione catalizzata dagli enzimi microbiologici è la seguente:

CH4 + 2H20 → CO2 + 8H+ + 8e-

Il metano viene ossidato utilizzando l’ossigeno contenuto nell’acqua, gli elettrodi, anodo e catodo allontanano i metaboliti: la CO2  esce nel condotto dell’anodo dove migrano gli elettroni e  l’ H2  passa attraverso il catodo, condotto nord. La differenza di potenziale tra i due elettrodi vene garantita sfruttando la polarità terrestre (orientamento dei condotti nord-sud) e dalla cuspide piramidale monolitica d’oro (pyramidion ) che collega l’anodo al catodo.

Sappiamo che l’ossidazione del metano sviluppa energia sotto forma di calore che aumenta la temperatura dell’acqua compromettendo la sopravvivenza degli archeobatteri, ma la struttura (zed) formata da lastre di granito e camere d’aria sopra la camera del re permetteva il raffreddamento della soluzione con la dispersione del calore nella massa della piramide.

 

The diagram is a much simplified representation of the microbiological electrolytic cell of Pharaoh Cheops. Its operation is the same as the Penn State electrolytic microbiological cell, with the difference that methane replaces acetic acid and archeobacteria are used for the production of enzymes.

The formula for the catalytic reaction of the microbiological enzymes is as follows:

CH4 + 2H2O à CO2 +8H+ + 8e-

The methane becomes oxidized using the oxygen contained in the water, the anode and cathode electrodes remove the metabolites: the CO2 goes out via the anode vent to which the electrons migrate and the H2 passes through the cathode’s northern vent. The difference in potential between the two electrodes is ensured by the earth’s polarity (the north-south orientation of the ducts) and the monolithic golden apex (pyramidion) which joins anode to cathode.

We know that the oxydation of methane develops energy in the form of heat which raises the water temperature, jeopardizing the survival of the archeobacteria but the structure (zed) formed by the granite slabs and the air chambers above the King’s Chamber allowed for the cooling down of the solution, with the dispersion of the heat into the mass of the pyramid.

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I sacerdoti egizi annualmente celebravano la cerimonia all’interno della  piramide e il sarcofago della camera del re veniva riempito con le palline di sterco e interrate con il limo del Nilo. La camera del re veniva completamente allagata di acqua e iniettata di biogas prodotto dalla fermentazione anaerobica delle canne palustri del Nilo.

Lo scarabeo sacro veniva adorato con il nome di Khepri che permetteva la fuoriuscita di Ra (Dio Sole) dalla Duat (oltretomba) rinnovando la rinascita di Nut (dea del cielo).

 

The Egyptian priests annually celebrated the ceremony within the pyramid and the sarcophagus of the King’s Chamber was filled with the dung-balls and covered with the silt of the Nile. The King’s Chamber was completely flooded with water and injected with biogas produced by the anaerobic fermentation of the marsh reeds of the Nile.

The sacred scarab was worshipped with the name Khepri who made possible the emergence of Ra (God of the Son) from Duat (beyond the tomb), renewing the re-birth of Nut (Godess of the heavens).

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La figura distesa indossa un vestito con motivi che rappresentano il pennacchio della canna del Nilo, utilizzata per produrre la biomassa necessaria alla produzione di biogas. La figura centrale, con il cerchio solare sulla testa, poggia su una vasca affiancata dallo zed, le braccia aperte simulano i condotti di aerazione della piramide e penetrano due ankh (simbolo di energia), le mani ne sorreggono altri due orientati verso i poli. Il tutto racchiuso all’interno di una figura femminile molto leggera e ricoperta  di stelle, rappresentazione dell’idrogeno prodotto dal processo. Le due imbarcazioni laterali indicano il percorso  seguito dal fiume al mare aperto che per il Nilo corrisponde al Sud e Nord.

Ritornando al quotidiano, quale utilità possiamo ottenere coniugando le conoscenze odierne con l’esperienza del passato?

Ecco uno schema semplificato della tecnologia che potrà rivoluzionare il nostro approvvigionamento energetico e di conseguenza il modo di vivere e lavorare.

The figure lying down wears a garment decorated with designs which represent the heads of the Nile reeds which were used to produce the biomass necessary for the production of biogas. The central figure, with the solar disc on her head, rests on a basin next to the zed. The open arms symbolize the airing ducts of the pyramid and pass through two ankh (symbol of energy). The hands hold up two further ankh, oriented towards the poles. All this is enclosed by a female figure, very light and covered with stars, representing the hydrogen produced by the process. On either side a boat indicates the river’s course to the sea. In the case of the Nile that means south to north.

Returning to everyday life, what can usefully be gained from linking present knowledge with the experience of the past?

Here is a simplified diagram of the technology which could revolutionize our energy provision and thus our way of life and work.

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Si tratta di una cella a combustione e elettrolitica  microbiologica. In poche parole il suo funzionamento può avvenire secondo lo schema A come cella a combustione per produrre elettricità, oppure schema B come cella elettrolitica per la produzione di idrogeno.

La signora Maria, installato l’impianto nella sua abitazione, potrà produrre energia elettrica per le sue esigenze domestiche e immettere in rete quella prodotta in eccesso nelle ore di minor consumo, semplicemente utilizzando la sua fornitura di gas metano e aggiungendo all’impianto il prodotto a base di enzimi prodotto dalla ditta Pincoenzim.

Non solo potrà anche fare il pieno della sua utilitaria ad idrogeno agendo sull’apposita manopola che converte l’impianto a cella elettrolitica utilizzando un po’ dell’energia della rete elettrica.

La nostra signora Maria diventerà cliente e fornitore del gestore di energia elettrica che assicurerà il fabbisogno energetico alle attività produttive della zona. Per esempio il nostro amico benzinaio potrà farsi il carburante da solo con un semplice allaccio alla rete elettrica e alla condotta di metano.

Ma tutto questo metano dove lo andiamo a prendere????

Semplice, dal nostro amico agricoltore che finalmente potrà reinserire nella rotazione colturale dei propri terreni, il prato poliennale. La biomassa non destinata a consumo alimentare verrà trasformata dal biodigestore in metano e prodotti fertilizzanti da distribuire sul terreno ripristinando la fertilità naturale del suolo.

Ma non è finita qui, potrà anche accedere ai famosi “crediti di CO2” creandosi la propria tredicesima da spendere a Natale.

Il prato polifita permetterà il recupero della sostanza organica persa negli ultimi 50 anni, stimata intorno al 1,5% in media che corrisponde a 280 quintali per ettaro. Questo enorme quantitativo di biomassa ha liberato nell’atmosfera 506.000 metri cubi di metano e 253.000 metri cubi di CO2  per ettaro.

Allora i 7.980.000 ettari italiani di seminativi in 50 anni di moderna agricoltura hanno contribuito alla produzione di gas serra per 4.039.875.000.000 metri cubi di metano e 2.019.937.500.000 di CO2.

“Chi controlla il presente controlla il passato e chi controlla il passato controlla il futuro”.George Orwell

 

It describes a fuel and electrolytic microbiological cell. Put simply, it can function according to diagram A as a fuel cell producing electricity or, according to diagram B, as an electrolytic cell producing hydrogen.

Thus, once the equipment is installed in her house, Signora Maria can produce electricity for her own domestic needs and pass on the unused excess to the net during the hours of low consumption. This is simply done by using her methane gas equipment, adding to it the enzyme-based product made by the firm Pincoenzim. Not only that, she can charge up her hydrogen runabout by attaching the appropriate connection which converts the electrolytic cell equipment using a little energy from the electricity net.

Our Signora Maria becomes both client to and supplier of the electrical energy provider whose job it is to ensure the flow of energy to the productive enterprises in the area. For example, our friendly filling station owner could make his fuel himself with a simple link to the electricity net and the methane supply.

But all this methane – where do we go to get it ????

Simple - from our friendly farmer who can finally reinstate proper land, the pluriannual field, into his crop rotation. Biomass not destined for consumption as food will be transformed by the bio-digester into methane and fertilizer products to be spread on the land, restoring the natural fertility of the soil.

But that is not all. It would even be possible to gain access to the famous ‘Carbon dioxide credits’, generating a bonus to be spent over Christmas.

The poliphytic field makes possible the recuperation of organic substances lost over the past 50 years. These are estimated at c.1,5% on average, corresponding to 2,8 tons per hectare. This enormous quantity of biomass has liberated into the atmosphere 506000 cubic meters of methane and 253000 cubic meters of CO2 per hectare.

So, 7 980 000 Italian hectares of cultivable land have, over the past 50 years of modern agriculture, have produced the following amounts of greenhouse gases: 4.039.875.000.000 cubic meters of methane and 2.019.937.500.000 cubic meters of CO2.

“ Who controls the present controls the past and who controls the past controls the future”, George Orwell.

Taduzione a cura di Andrew Stevenson

 

 

nov 2, 2008 - opinioni    6 Comments

L’IDROGENO DI CHEOPE 2° PARTE – THE HYDROGEN OF CHEOPS PART 2

Bene!

Sappiamo che gli egizi conoscevano il processo della fermentazione anaerobica della biomassa per la produzione di biogas come fonte energetica, ma ciò non è sufficiente a spiegare l’enorme impiego di energia per la costruzione di impianti grandi come le piramidi.

Secondo la formuletta della redditività energetica: Re= ((Ep-Eu)/S)/T.

Cioè la convenienza di ogni processo produttivo è data dalla differenza dell’energia prodotta (Ep) meno l’energia utilizzata (Eu) in un determinato spazio (S) in un intervallo di tempo (T).

Per la costruzione delle piramidi è stata utilizzata una enorme quantità di energia (Eu) che per essere prodotta dalla fermentazione della biomassa (Ep) avrebbe avuto bisogno di moltissimi anni (T).

Il limite risiede nella qualità energetica intrinseca del biogas contenente il 60% di metano con una quantità di energia, generata dalla combustione, di circa 802 kJ/mol e dallo spazio (metri cubi) necessari allo stoccaggio.

Soprattutto il tempo di costruzione non è compatibile con il modesto contenuto energetico del metano perché se l’energia è la capacita di compiere un lavoro per un determinato tempo ( E = L x T) il lavoro compiuto sarà uguale alla quantità di energia liberata in un intervallo di tempo (L = E / T).

L’enorme lavoro necessario alla costruzione della piramide di cheope nell’intervallo di tempo di 20 -30 anni necessita di una quatità di energia disponibile in tempo brevissimo non giustificabile con l’impiego di biogas e tantomeno con l’energia muscolare di migliaia di operai.

Allora se non c’era la convenienza energetica alla costruzione di impianti così monumentali a cosa serviva la produzione di biogas?

 

Nella piramide di Cheope la stanza più in alto è la cosiddetta “camera del re” costruita con lastre di granito rosso dove si trova un sarcofago dello stesso materiale e proprio qui avviene la concentrazione di energia dalla trasformazione del biogas in un composto molto più ricco energeticamente attraverso una nuova e rivoluzionaria biotecnologia.

 

Il tempio di Dendera copre un’area di circa 40.000 m² ed è interamente circondato da un muro di mattoni a secco. Le più antiche strutture potrebbero risalire al regno di Pepi I ( circa 2250 a.C. mentre sono evidenti i resti di un tempio eretto durante la XVIII dinastia.

Tra i molti bassorilievi che decorano il tempio due hanno attirato l’attenzione in modo particolare, essi provengono dalle decorazioni della cripta del tempio. Si tratta di rappresentazioni simboliche del fiore di loto associato con l’immagine del serpente, tradizionalmente legato ai miti egizi della creazione.

 

Fine!

So we know that the Egyptians understood that the anaerobic fermentation process for biogas production was an energy source. But that is not sufficient in itself to account for the enormous amount of energy required for the making of great structures like the pyramids.

According to the energy yield formula:

Re = ((Ep – Eu)/S)/T .

The gain from any production process is given as the difference between the energy produced (Ep) less the energy used (Eu) in a determined space and a given interval of time.

A very great number of years (T) would have been required to produce the enormous amount of energy (Eu) necessary for the construction of the pyramids by the biomass fermentation process.

The limiting factors are the intrinsic energy quality of biogas with a 60% methane content providing a combustion energy of c. 802 KJ/mol and the space (cubic meters) required for storage.

Most importantly, the construction time is not compatible with the modest energy content of the methane because, if the energy is the capacity to complete a work in a determined time (E = LxT), the completed work would be equal to the quantity of energy liberated in a given space of time (L = E/T).

The enormous work necessary to complete the pyramid of Cheops over a 20-30 year period would require a quantity of available energy in a very short space of time incompatible with the yield of biogas and even less so with the muscular energy of thousands of labourers.

So what purpose was served by the production of biogas if it wasn’t for the creation of such monumental constructions?

The highest room in the Cheops pyramid is the so-called ‘Chamber of the King’, built from slabs of red granite and containing a sarcophagus of the same material. The concentration of energy, derived from the transformation of biogas into a much more energetically rich compound using a new and revolutionary biotechnology, was to be found precisely there.

The temple of Dendera covers an area of about 40,000 metres squared and is entirely surrounded by a dry-brick wall. The oldest structures could be from the reign of Pepi I (c.2,250 BC), while there is evidence of the remains of a temple dating from the 18th dynasty.

Among the many reliefs decorating the temple, two from the temple crypt have attracted especial attention. They show a symbolic representation of a lotus flower in association with a serpent, traditionally connected with Egyptian creation myths.

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Nel 1894 Joseph Norman Lockyer affermò che si trattasse di rappresentazioni di lampade elettriche ad incandescenza simili ai tubi di Crookes e che questo documentasse le conoscenze degli antichi egizi sull’elettricità.

L’ingegnere svedese Henry Kjellson, nel suo libro “Forvunen Teknik” (tecnologia scomparsa) fece notare che nei geroglifici quei serpenti sono descritti come “seref”, che significa illuminare, e ritiene che si riferisca a qualche forma di corrente elettrica. Nella scena, all’estrema destra, appare una scatola sulla quale siede un’immagine del Dio egiziano Atum-Ra, che identifica la scatola quale fonte di energia.

 

In 1894 Joseph Norman Lockyer maintained that they represented incandescent electric lamps similar to the tubes of Crooks and that this demonstrated that the ancient Egyptians were familiar with electricity.

The Swedish engineer Henry Kjellson, in his book ‘Försvunnen Teknik’ (Lost Technology) remarked that in the hieroglyphs these snakes are described as ‘seref’,meaning ‘to light’. He maintains that it is a reference to some kind of electric current.

On the far right of the relief design there is a box on which is seated the image of the god Atum-Ra, thus identifying the box as a source of energy.

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Attaccato alla scatola c’è un cavo intrecciato che l’ingegner Alfred D. Bielek identifica come una copia esatta delle illustrazioni odierne che rappresentano un fascio di fili elettrici. I cavi partono dalla scatola e corrono su tutto il pavimento, arrivando alle basi degli oggetti tubolari, ciascuno dei quali poggia su un sostegno chiamato “djed” (lo Zed) che Bielek identificò con un isolatore ad alto voltaggio.

Benché nessuna altra scoperta abbia in seguito confermato tale ipotesi le lampade sono spesso inserite nelle liste di reperti archeologici, o presunti tali, di cui non è possibile fornire una spiegazione soddisfacente.

Ma il quesito che sorge spontaneo è se usavano l’elettricità per le lampade come riuscivano a produrla?????????????

 

Attached to the box there is a braided cable which engineer Alfred D. Bielek identified as an exact copy of today’s illustrations representing a bunch of electric wires. The cables leave the box and run across the floor to the bases of tubular objects, each of which rests on a support called a‘djed’ (the Zed), identified by Bielek as a high-voltage insulator.

Although no subsequent discovery has confirmed this hypothesis, the lamps have often been included in lists of real or presumed archaeological finds for which there is no satisfactory explanation.

But the question which spontaneously comes to mind is that if they did use electricity for the lamps, how did they manage to produce it ?????????????????

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All’interno del tempio troviamo un altro enigmatico bassorilievo che rappresenta uno strano apparecchio che potrebbe rappresentare un originale modello di pila a combustione.

 

Inside the temple we find another enigmatic relief representing a strange apparatus which could be an original design for a fuel-battery.


 

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Dal contenitore a sinistra escono gli ultimi due cordoni collegati alle prime due porte di ingresso all’apparecchio rappresentato da 7 decorazioni a semicerchio (due uguali raffiguranti un fiore con 8 petali). Alla destra del semicerchio i due poli, con alla sommità le porte di uscita e i rispettivi cordoni che tornano al contenitore, sono contenuti in una imbarcazione stilizzata con al centro una sfera con inciso una saetta simbolo dell’elettricità.

 

Four cables issue from the container seen on the left of the relief. The two furthest to the right are connected to the first two gates of the apparatus. The apparatus is represented by 7 semi-circular decorations ( two of these are similar and show flowers with 8 petals). The two poles on the right of the semi-circle, capped by their exit gates and respective cables which return to the container, rise from a stylized boat in the centre of which is a sphere inscribed with a thunder-bolt symbolizing electricity.

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Una pila a combustibile (detta anche cella a combustibile dal nome inglese fuel cell) è un dispositivo elettrochimico che permette di ottenere elettricità direttamente da certe sostanze, tipicamente da idrogeno ed ossigeno, senza che avvenga alcun processo di combustione termica.

 

A fuel battery (also called fuel-cell) is an electrochemical device which makes it possible to obtain electricity directly from certain substances, typically from hydrogen and oxygen, without any thermal combustion process.

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I cordoni che tornano al contenitore rappresentano la ciclicità del processo, cioè la scissione della molecola di acqua attraverso l’elettrolisi con la formazione del gas di Brown (ossidrogeno).

The cables which return to the container demonstrate the cyclic nature of the process, that is to say the splitting of the water molecules by electrolysis to form Brown’s gas (oxy-hydrogen).

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Questo gas sfrutta gli atomi e non le molecole e la fiamma che ne scaturisce riesce a vaporizzare le sostanze che si pongono davanti ad essa perché interagisce con la sostanza dell’oggetto che sta trattando. Pur sviluppando un calore di 130°C, il gas riesce a vaporizzare il tungsteno che si scioglie a circa 6.000°C, non emette radiazioni nocive e la sua fiamma può essere guardata senza maschere protettive; è inodore e non nuoce se inalato, non esaurisce l’ossigeno vicino alla fiamma perché proprio da questo deriva.

Esperti di metallurgia, analizzando alcuni attrezzi egizi, hanno stabilito che in Egitto era in uso un processo di riscaldamento del metallo ad alte temperature che lo portavano alla evaporazione e alla successiva condensazione in polvere; tale procedimento è noto come “metallurgia ceramica” oppure “metallurgia delle polveri”.

 

Ma come veniva prodotta questa miscela di idrogeno e ossigeno in un processo energeticamente vantaggioso (Re= ((Ep-Eu)/S)/T)?????

 

Dal tempio di Dendera dobbiamo tornare alla piramide di Cheope e precisamente nella “ Camera del Re” dove, attraverso una sofisticata biotecnologia, il biogas veniva trasformato in idrogeno e anidride carbonica.

 

Pur non avendo a disposizione il microscopio gli egiziani erano a conoscenza di un gruppo di batteri chiamati Archaebacteria caratterizzati dalla possibilità di adattarsi alle condizioni più estreme di vita.

 

In particolare di trarre l’energia dall’ossidazione del metano e trasformare l’anidride carbonica per la formazione dei propri costituenti biologici. Alcune di queste specie sono stati recentemente isolati nei fondali marini ricchi di biogas prodotto dalla fermentazione anaerobica della sostanza organica.

 

Ma come fanno questi batteri ad ossidare il metano sott’acqua in assenza di ossigeno??????????

 

Semplicissimo, come tutti i batteri, ricorrendo ad un particolare enzima capace di scindere la molecola d’acqua in ossigeno da utilizzare per l’ossidazione del metano e l’idrogeno per ridurre l’anidride carbonica in prodotti più complessi.

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Molti gruppi di batteri hanno la caratterisitica di produrre idrogeno attraverso l’azione enzimatica che compie la rottura dei legami idrogeno di numerosi composti organici, ma l’originalità di questa specie risiede nella idrolisi della molecola d’acqua e la produzione di una miscela di ossidrogeno.

 

Ma dove gli antichi egizi avevano isolato questo batterio, non certo sotto i fondali marini???????????

 

La conoscenza apparteneva ai sacerdoti, la religione si fondeva con la scienza, mentre oggi viviamo una netta separazione tra religione e scienza e ciò forse ci impedisce di comprendere il vero significato dei documenti che ci hanno lasciato alcune civiltà antiche.

Il 4 novembre 1922 avvenne, nella Valle dei Re in Egitto, una sorprendente ed eccezionale scoperta che coronava gli sforzi di un egittologo, l’inglese Howard Carter , (Kensington, 1873 -Londra 1939).

Si trattava dell’ingresso murato della tomba di un Faraone della XVIII Dinastia, Tutankhamon (morto diciottenne nel suo nono anno di regno, circa 1318 anni prima di Cristo), l’unica tomba di Tebe (l’attuale Luxor) ritrovata intatta con il suo corredo funerario, ad eccezione di limitati danni apportati dall’incursione di alcuni saccheggiatori che, disturbati, non riuscirono a completare il loro lavoro.

Alcuni anni fa, un ricercatore di Milano, Giancarlo Negro , visitando il museo del Cairo, avanzò l’ipotesi che lo scarabeo stercorario (Scarabaeus sacer) , simbolo della rinascita solare (che gli Egizi chiamavano Kheper o Kapri) incastonato al centro di un pettorale di Tutankhamon, non fosse di “calcedonio” (come si riteneva), ma fosse stato intagliato in un materiale più raro e prezioso: il “Silica Glass”.

 

This gas utilizes the atoms, not the molecules. Since it interacts with the substance of the object being treated, the resulting flame succeeds in vapourizing the substance placed before it.

The gas, developing a heat of only 130°C, in fact succeeds in melting the tungsten which has a melting temperature of c. 6,000°C, without emitting dangerous radiation. In addition, its flame can be watched without a protective mask. It has no smell and is not noxious if inhaled. It does not exhaust the oxygen close to the flame because it derives precisely from that.

Metallurgists, analysing certain Egyptian tools, have established that in Egypt there existed a high temperature metal-heating process such that the metal evaporated and subsequently condensed into powder. This process is described as ‘ceramic metallurgy’ or ‘powder metallurgy’.

But how was this mixture of hydrogen and oxygen produced in an energetically advantageous way (Re = ((Ep – Eu)/S)/T) ?????

From the temple of Dendera we must now return to the pyramid of Cheops and specifically to the ‘King’s Chamber’ where, via sophisticated biotechnology, the biogas was transformed into hydrogen and carbon dioxide.

Even without the benefit of a microscope the Egyptians knew of a group of bacteria called Archaebacteria characterized by a disposition to adapt to the most extreme conditions.

In particular they could extract energy from the oxidization of methane and transform the carbon dioxide to form the appropriate biological constituents. Some of these species have recently been isolated in deep marine environments rich in biogas produced from the anaerobic fermentation of organic substances.

But do these bacteria manage to oxidize methane under water in the absence of oxygen ??????

The answer is very simple: like all bacteria, they fell back on the use of a particular enzyme capable of splitting up the water molecule into oxygen for the oxidization of methane and into hydrogen for the reduction of carbon dioxide into more complex products.

 

Methane methanol methanal formic acid carbon dioxide

 

Many groups of bacteria are characterized by their capacity to produce hydrogen via enzymatic action which breaks up the hydrogen bonds of numerous organic compounds. But the originality of this particular species resides in the hydrolysis of the water molecule and the production of an oxy-hydrogen mixture.

But where would the ancient Egyptians have isolated this bacteria ???? Certainly not at the bottom of the sea.

The knowledge belonged to the priests. Unlike today, there was no separation between science and religion. It may be this which prevents us from understanding the true significance of the evidence which some ancient civilizations have left us.

On the 4th November 1922, the English Egyptologist Howard Carter (Kensington1873 – London 1939) crowned all his efforts by making an exceptionally surprising discovery in the Valley of the Kings in Egypt.

He had found the walled-in entrance to the tomb of a Pharaoh of the XVIII Dynasty,

Tutankhamon, who had died aged 18 in c.1,318 BC in the ninth year of his reign.

It was the only tomb in Thebes (today’s Luxor) to be found intact with all its funerary furnishings, excepting some slight damage caused by the entry of tomb-robbers who, disturbed, were not able to complete their work.

Some years ago, a Milanese researcher, Giancarlo Negro, on visiting the Cairo Museum, advanced the hypothesis that the representation of the dung-beetle Scarabaeus sacer, set in the middle of Tutankhamon’s pectoral, was not carved from chalcedony (as was believed) but from a rarer and more precious material: ‘Silica Glass’. Scarabaeus sacer is a symbol of the re-born sun (called Kheper or Kapri by the Egyptians).

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Questo rarissimo e purissimo vetro naturale, composto al 98% di silicio puro, dai colori varianti dal bianco, al verde-giallo, al verde-azzurro, è il prodotto della fusione ad altissime temperature del quarzo contenuto nella sabbia fino all’ebollizione con successivo lento raffreddamento.

 

Lo Scarabeus sacer è probabilmente la specie più nota di stercorario; questo insetto era venerato nell’Antico Egitto, e sue rappresentazioni pittoriche o in altre forme costituiscono un elemento tipico e ben noto dell’arte egizia. Lo scarabeo era infatti collegato a Khepri, il dio del Sole nascente, che si supponeva creasse il Sole ogni giorno in modo analogo a quello con cui lo scarabeo crea la pallottola di sterco.

 

This extremely rare and pure naturally occurring glass, composed of 98% pure silicon, varies in colour from white to greenish-yellow to greenish-blue. It is a product of quartz, contained in fine sand, brought up to boiling point at a very high temperature and subsequently cooled slowly.

The Scarabeus sacer is probably the best known of the stercorary beetles. This insect was venerated in ancient Egypt and its pictorial or other representations are a very familiar feature of Egyptian art. The scarab was in fact linked to the god of the rising sun Khepri who was supposed to re-create the sun every day in the same way as the beetle created the ball of dung.

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L’espressione scarabeo stercorario, attribuito allo Scarabeus sacer, si riferisce a diverse specie di scarabei che si nutrono di feci e che raccolgono il loro nutrimento (per conservarlo o per deporvi le uova) facendone caratteristiche pallottole e facendole rotolare sul suolo. Questo genere di comportamento viene esibito da diverse specie delle famiglie Scarabaeidae e Geotrupidae.

 

Una caratteristica di alcune famiglie di Coleotteri è di vivere in simbiosi con specie di batteri e funghi da cui traggono vantaggi dalle modifiche apportate all’ambiente in cui l’insetto compie il suo ciclo vitale.

Negli scolitidi (Coleoptera Scolytidae) le femmine scavano in profondità nel legno lunghe gallerie che si ramificano o dilatano a formare vere e proprie camere entro le quali verranno deposte le uova. Le larve non si cibano direttamente del legno, nutrimento assai povero, ma di funghi simbionti introdotti nell’albero ospite dalla madre. All’interno del legno vi sono infatti le ottimali condizioni di tenebra, temperatura e umidità per lo sviluppo dei funghi che tappezzano le pareti delle gallerie degli scolitidi. In questo modo, nutrendosi del micelio fungino presente, oltre a completare la maturazione delle gonadi, s’imbrattano delle spore che poi trasporteranno in un nuovo albero ospite.

Lo scarabeo stercoraro depone le uova all’interno di palle di sterco fresco prodotto da numerosi erbivori che vengono interrate accuratamente come nutrimento alle future larve, ma il contatto con il terreno li espone alla contaminazione di funghi e batteri indesiderati compromettendo la vita delle larve. Allora lo stercoraro costruisce accuratamente la palla di sterco irrorandola continuamente con un particolare enzima prodotto da batteri simbionti presenti nelle ghiandole anali. La caratteristica di questo enzima è di disidratare fortemente lo sterco in modo da renderlo inattaccabile da contaminazioni microbiche e garantire la sua stabilità nel terreno fino allo sviluppo della larva.

Avete proprio capito bene si tratta di un enzima capace di scindere l’acqua in idrogeno e ossigeno, gas volatili che si disperdono nell’aria.

La propagazione del batterio avviene attraverso la produzione di spore e contaminazione della palla di sterco nutrimento per le giovani larve garantendo la colonizzazione dell’apparato digerente del nuovo insetto.

Per questa sua particolare caratteristica lo scarabeo era usato dagli antichi egizi nel processo di mummificazione che richiede una profonda e drastica disidratazione dei tessuti per permettere la loro conservazione nei secoli.

La piramide di Cheope fu costruita per ricreare le condizioni fisiche (temperatura e pressione) necessarie allo sviluppo di questo particolare microrganismo nutrito con il biogas della fermentazione anaerobica della biomassa per la produzione di idrogeno utilizzato per generare corrente elettrica e calore in un sistema biologicamente ed energeticamente compatibile con lo sviluppo di una splendida civiltà, senza la necessità di dover occupare e sfruttare nuovi territori e popolazioni.

 

The expression dung-beetle, attributed to scarabaeus sacer, refers to various species of scarabs which feed on feces, gathering their nutrients to store or lay their eggs in by making characteristic balls which the roll over the ground. This kind of behavior is typical of the species of the families Scarabaeidae and Geotrupi.

A feature of some families of Coleopterae is that they live in symbiosis with species of bacteria and fungi, from which they benefit thanks to the resultant modifications brought about to the environment in which they complete their life-cycle.

Among the scolytidae (Coleoptera Scolytidae) the females excavate deep long galleries in wood which branch out and expand, forming chambers in which to lay their eggs. Wood itself has a poor nutrient value and the larvae choose instead to eat the symbiotic fungi introduced into the host tree by the mother. In fact, within the wood there exist optimal conditions of darkness, temperature and humidity for the development of fungi. As a result they cover the walls of the scolytidae galleries.

In this way, by eating the mycelia of the fungi, they not only achieve procreative maturity but are in the process covered in spores which are thus transported to a new host tree.

The scarabaeus sacer, however, lays its eggs within the balls of fresh dung, the product of numerous herbivores, which will serve as nutriment for the future larvae. They are then carefully buried. But contact with the soil exposes them to contamination by undesirable fungi and bacteria, jeopardizing the lives of the larvae. So the beetle, as it moulds with precision the ball of dung, sprays it continuously with a particular enzyme produced by the symbiotic bacteria in its anal glands. A characteristic of this enzyme is that it severely dehydrates the dung, thus rendering it impervious to microbic contamination and guaranteeing its stability in the soil until the larvae develop.

You have understood rightly that we are dealing here with an enzyme which can split water into hydrogen and oxygen. Being both volatile gases, they disperse into the air.

The propagation of the bacteria occurs via the production of their spores and their subsequent contamination of the dung-ball, the future food of the larvae. This guarantees the bacterial colonization of the digestive apparatus of the new insect. Because of this particular dehydrating characteristic, the ancient Egyptians used the scarab in their mummification process. This called for a deep and drastic dehydration of the tissues in order to ensure their conservation across the centuries.

The pyramid of Cheops was constructed to recreate the physical conditions (temperature and pressure) necessary for the development of this particular microorganism which was then fed with biogas, obtained from the anaerobic fermentation of biomass, in order to produce hydrogen utilized to generate electric current and heat. It was a system which was both biologically and energetically compatible with the development of a splendid civilization. One which thus had no need to exploit new territories or populations.

Taduzione a cura di Andrew Stevenson


 

mag 10, 2008 - opinioni    3 Comments

L’IDROGENO DI CHEOPE 1° PARTE – THE HYDROGEN OF CHEOPS PART 1

” …Io credo che l’acqua sarà un giorno usata come combustibile poichè l’idrogeno e l’ossigeno che la costitiuiscono, usati separatamente o insieme, forniranno un inesauribile sorgente di calore e luce…….”

Jules Verne: L’Isola Misteriosa

Io credo invece che l’uomo in passato abbia già sviluppato la tecnologia necessaria a separare i due gas e la piramide di Cheope non è che un esempio di impianto di biotecnologia.

 

“ …I believe that one day water will be used as a fuel. Thanks to its constituents, hydrogen and oxygen, used separately or together, it furnishes an inexhaustible source of heat and light…..”

Jules Verne: ‘The Mysterious Island’

On the contrary, I believe that in the past man had already developed the necessary technology to separate the two gases and that the Piramid of Cheops is but one example

of a biotechnological system.

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Sono perfettamente consapevole che un’affermazione del genere rischia seriamente di compromettere la reputazione di qualsiasi persona razionale, ma sono disposto a correre questo rischio, anzi gradirei la collaborazione di chiunque voglia mettere in discussione le tesi che sto per esporre in modo da riuscire a togliermi questo sassolino che continua a torturarmi.

Premetto che sono un Agronomo pentito dell’agricoltura tradizionale (si intende l’agricoltura degli ultimi 50 anni) che ha cercato di approfondire alcuni aspetti contradditori di una pratica agricola ormai al collasso (vedi i post).

Durante le mie ricerche sul web mi sono  imbattuto nella miriade di pagine dedicate alla piramide di Cheope (forse la prima meraviglia del mondo) e sono rimasto letteralmente sconvolto dalla sua mole e dalle varie teorie sulla costruzione e funzione.

“La piramide di Cheope è composta da 2.300.000 pietre che pesano in media 2,5 tonnellate l’una. Se è stata costruita da 15.000 schiavi nell’arco di venti anni, questo vuol dire che i blocchi sono stati tagliati al ritmo di tre al minuto…!”

Sono stati usati dei materiali durissimi da lavorare come il granito e la diorite in modo talmente perfetto da ipotizzare l’uso di strumenti e tecniche eccezionali. Anche nell’oggetistica ritrovata ci sono gioielli in oro e pietre (vasi di diorite) lavorati con tecniche sconosciute.

Ingegneri e artigiani si sono impegnati da tempo per spiegare le diverse tecniche costruttive senza riuscire a fornirci prove convincenti, ma forse il punto debole è proprio nella valutazione del tipo di energia impiegata, cioè l’energia muscolare di schiavi e animali.

Allora di quale fonte energetica disponevano gli antichi egizi??????????

Gli egizi praticavano il culto del sole come fonte di energia e conoscevano sofisticate tecniche di coltivazione in grado di soddisfare il fabbisogno di energia alimentare.

 

I am well aware that a statement of this kind runs the risk of seriously compromising the

reputation of any rational person, but I am ready to take that risk. I would in fact welcome the collaboration of whoever may wish to bring into question this thesis which I am proposing, in the hope of removing the pebble that continues to torment me.

I must state at the outset that I am an agronomist disillusioned with traditional agriculture (by which is intended agriculture as practised over the last fifty years). I have attempted to analyse certain contradictory aspects of an agricultural system already in a state of collapse (see below). During my research on the web I became fascinated by the myriad pages dedicated to the pyramid of Cheops (perhaps the first wonder of the world) and remained literally overwhelmed by its sheer mass and the various theories relating to its construction and function.

“The pyramid of Cheops is composed of 2,300,000 stones weighing on average 2.5 tons each. If it was built by15,000 slaves over a period of 20 years, by implication the blocks would have been cut at the rate of three per minute … !”

The types of stone used, like granite and diorite, were incredibly hard to quarry. The perfection achieved in the working of these stones suggests the use of exceptional tools and techniques. Included among the objects found are gold jewellery and diorite vases fashioned with unknown techniques.

Engineers and artisans have long struggled to explain the various construction techniques without coming up with any convincing proof. But the weak point may well be in their suppositions regarding the type of energy used, namely the muscular energy of slaves and animals.

So what was the source of energy available to the ancient Egyptians???????

Their sun-cult was a source of energy and they were familiar with sophisticated techniques of cultivation capable of furnishing the dietary energy required.

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Secondo quanto riporta Erodoto la valle del nilo veniva sommersa dalle acqua del fiume dal mese di giugno fino al mese di settembre lasciando uno strato di limo dove gli egizi seminavano cereali a ciclo invernale raccolti prima della successiva inondazione.

Dal punto di vista agronomico noi sappiamo che i cereali producono una grande quantità di biomassa non utilizzata (paglia) molto ricca di cellulosa e possiamo ipotizzare una grande frequentazione di animali (uccelli, maiali, serpenti, etc.) dopo la raccolta della coltura. Erodoto parla addirittura dell’allevamento di oche e maiali sui residui lasciati dalle coltivazioni.

Adesso immaginiamo tutta quella biomassa composta da paglia ed escrementi sommersa dall’acqua del Nilo carica di limo e la temperatura raggiunta nei mesi estivi a quella latitudine.

E’ facile supporre un processo di fermentazione anaerobica in cui una biomassa ricca di carbonio e arricchita da sostanze azotate delle deiezioni  produce biogas o “aria infiammabile di palude”.

Alessandro Volta nell’autunno del 1776 scoprì la proprietà infiammabile di questo gas studiando in un’ansa di acqua stagnante del fiume nel cremonese, in quell’epoca il fenomeno era spiegato, al pari dei fuochi fatui, con poca “scienza” e molta superstizione, addirittura c’era anche chi lo riteneva il “respiro del diavolo”.

E’ possibile secondo voi che gli egiziani che conoscevano alcune biotecnologie come la fermentazione del pane, della birra e del vino fossero così ciechi da non vedere cosa stava avvenendo sotto le acque del fiume sacro?

Innanzi tutto dobbiamo ricordare che lo sfruttamento di una fonte energetica permette lo sviluppo di tecnologie che ottimizzano la sua utilizzazione e mettono a disposizione gli strumenti e l’energia per esplorare altri sistemi energetici.

Le piramidi egizie pur rimanendo fedeli alla forma, con alcune variazione di inclinazione, hanno avuto una evoluzione rispetto ai materiali di costruzione passando da mattoni di argilla a massi di calcaree di 20 quintali dimostrando che una maggiore disponibilità energetica e tecnologica veniva investita per ottimizzare il processo produttivo.

E se il complesso di Giza non fosse altro che un impianto industriale di biotecnologie????

 

Herodotus reports that the Nile valley was submerged by the waters of the river from June to September. In the layer of mud left behind they planted a winter cereal crop which was harvested before the following inundation.

From the agronomical point of view we know that cereals produce a great quantity of unused biomass (straw) rich in cellulose and we can imagine the presence of a great number of animals (birds, pigs, snakes etc) following the harvest. Herodotus even speaks of the rearing of geese and pigs on the residual bi-products of cultivation.

Now let us imagine all that biomass composed of straw and excrement submerged in the waters of the Nile charged with silt and the prevailing temperature in the summer months at that latitude.

It is easy to presume there was a process of anaerobic fermentation in which the biomass, with high carbon content and enriched by the fecal nitrogenous substances, produced biogas or ‘areas of inflammable marshland’.

It was Alessandro Volta who, in the autumn of 1776, discovered the inflammable property of this gas when studying the stagnant water of a creek near Cremona. In those times, the phenomenon was explained in much the same way as will-o’-the-whisps, with little ‘science’ and much superstition. There were even those who held it to be the ‘breath of the devil’.

Do you think it possible that the Egyptians, who knew certain applications of technology like the fermentation of bread, beer and wine, would be so blind as not to see what was happening below the water of the sacred river?

Before anything else we should remember that the exploitation of an energy source results in the development of technology which optimises its utilization and further makes available the instruments and energy needed for the exploration of other systems of energy.

The Egyptian pyramid remained faithful to its form, with some variations in inclination. But there was an evolution in construction materials: from clay bricks to limestone blocks of 2,000kg. This demonstrates that a major supply of energy and technology was invested in the optimization of the production process.

And if it turns out that the Giza complex was none other than an industrial installation of biotechnology????

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Noi oggi sappiamo che il biogas è una miscela di metano (65%), anidride carbonica (30%), vapore acqueo (1.9%), azoto (1,8%), idrogeno solforato (0,6), ossigeno (0.5), mercaptani (0,2%) con valori dei componenti variabili a seconda del materiale fermentescibile di partenza e le condizioni in cui avviene la fermentazione.

Le principali tecnologie per la sua utilizzazione sono indirizzate alla purificazione e lo stoccaggio:

la prima ci permette di avere il gas metano puro con piu alto potere calorifico (8.000 kcal/m3), la seconda l’immagazzinamento in volumi contenuti.

 

Se le piramidi non erano monumenti funerari allora potevano essere dei biodigestori dove opportune temperature e pressioni permettevano un conveniente stoccaggio del biogas.

Alcuni aspetti convalidano questa tesi:

1- La forma piramidale a base quadrata ha un alto rapporto tra la superficie esterna e il volume in modo da permettere dispersione di calore della massa.

2- Le pareti esterne erano ricoperte da calcare bianchissimo tale da riflettere i raggi solari.

3- Le pareti inclinate in modo perfetto potevano permettere un sistema di raffreddamento a film di acqua che sfruttando il calore necessario alla sua evaporazione abbassava la temperatura della massa (sistema usato in agricoltura in serre).

4- Le pareti degli ambienti interni sono di materiale diverso e in particolare granito rosso, diorite perfettamente combacianti e a tenuta stagna, quasi fatte a posta per contenere gas.

5- La piramide viene orientata con il lato dove è l’ingresso principale a nord e questa parete è anche quella che rimane sempre in ombra durante il giorno creando un gradiente termico.

6- Nell’anno 820 d.C. il Califfo Ma’mun fu il primo ad entrare nella camera del re e trova solamente un sarcofago in granito vuoto, ma racconta di aver trovato del materiale infiammabile tale da rendere l’aria interna irrespirabile. Si trattava di polvere di zolfo.

7- Ultima e forse banale osservazione è quella simbolica: noi sappiamo che la molecola di metano è composta da cinque atomi (CH4) come i cinque angoli della piramide quattro uguali alla base e uno diverso al vertice, ma la molecola di metano ha una forma spaziale piramidale con base triangolare e la molecola di carbonio al centro.

 

Il biodigestore anaerobico trasforma la biomassa fermentescibile in biogas e sottoprodotti che devono essere periodicamente allontanati dal processo in quanto tossici per i micoorganismi usati. Si tratta di composti molto ricchi di sostanze azotate e in base alla loro consistenza si dividono in liquami (parte liquida) e fanghi (parte solida). Di solito oggi vengono utilizzati per la concimazioni delle colture agrarie previa il controllo di alcuni elementi inquinanti come metalli pesanti o flora microbica pericolosa in quanto la maggior parte dei biodigestori è stata costruita per smaltire reflui zootecnici e urbani.

Durante la mia ricerca mi sono per caso imbattuto in questo dipinto egizio nel papiro di Heruben:

 

We know today that biogas is a mixture of methane (65%), carbon dioxide (30%), water vapour (1.9%), nitrogen (1.8%), hydrogen sulphide (0.6%), oxygen (0.5%), mercaptan (O.2%). The values for these various components depend on the initial fermentable material and the conditions prevailing for fermentation.

The principal technologies for its utilization are directed at purification and storage:

the first results in a pure methane gas with higher calorific value (8.000 kcal/m3),

the second, its storage in contained volumes.

If the pyramids were not funerary monuments they could alternatively be biodigesters in which appropriate temperature and pressure allow for convenient biogas storage.

Certain aspects support this thesis:

1- The pyramidal form with a square base has a strong relationship between the external surface and its volume such that it allows for the dispersion of the heat of the mass.

2- The external walls were covered with very white limestone which reflected the sun’s rays.

3- The walls were inclined at an angle perfectly suited to cooling a film of water which used the heat necessary for its evaporation to lower the temperature of the mass (system used in green-house agriculture)

4- The walls of the internal rooms are of various materials, in particular red granite & diorite, perfectly fitting together and constantly watertight, seemingly made intentionally to contain gas.

5- The pyramid was oriented with the principal entrance facing north. This side, always in shade, created a thermal gradient.

6- In 820 A.D. Caliph Ma’mun was the first to enter the King’s chamber and found only an empty sarcophagus, but recounts how he found inflammable matter of a kind intended to render the internal air unbreathable. He was referring to powdered sulphur.

7- The ultimate and perhaps banal observation is symbolic: we know that the methane molecule is composed of five atoms (CH4), as in the five angles of the pyramid,

four equal at the base and one different at the apex. But the spatial form of the methane molecule is pyramidal with a triangular base and the carbon molecule at the centre.

The anaerobic biodigester transforms the fermentable biomass into biogas and bi-products which, due to their toxicity, must be periodically separated from the microorganisms used. The resulting compounds are very rich in nitrogenous substances and depending on their consistency are separated out into sewage (liquid part) and sludge (solid part). Often today they are used as agricultural fertilizers, excluding certain polluting elements such as heavy metals or dangerous microbic flora. Since most biodigesters are made for the disposal of zootechnical & urban effluent, these polluting elements mentioned above have to be controlled before the result can be used as agricultural fertilizer.

During my research my attention was drawn to this painting in the Heruben papyrus:

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Scusate la mia ingenua interpretazione:

1 – Le due figure con la testa di serpente e felino a sinistra portano i liquami rappresentati dal serpente nero (il movimento di un liquido su una superficie piana) ad una figura femminile che rappresenta la fertilità.

2 – A destra in basso i vasi contenenti del materiale nero potrebbero rappresentare i fanghi interrati precedentemente la semina di grano rappresentato da un fascio di spighe.

3 – La donna irriga con i liquami la coltura gia nata (concimazione di copertura) rappresentata dal verde che ricopre il fascio di spighe.

4 – Le immagini superiori rappresentano la trasformazione dell’energia contenuta nei composti azotati dei reflui in frutti.

5 – Il vaso contenente fiori di loto potrebbe significare il pretrattamento dei liquami per renderli utilizzabili come fertiirigazione .

Le coincidenze aumentano con altre due considerazioni agronomiche:

1 – I cereali sono le specie vegetali coltivate che più utilizzano concimazioni azotate per la loro crescita e produzione.

2 – Alcune specie vegetali, tra cui il loto, vengono oggi utilizzate per migliorare la qualità di acque contenenti composti azotati ridotti (ammoniaca, etc.) che risultano tossiche se usate direttamente sulle colture.

Negli impianti moderni il trattamento delle acque azotate avviene in vasche di raccolta dotate di sistemi di arieggiamento della massa in modo accelerare il processo di ossidazione dei composti azotati, allora dove venivano stoccate queste acque nel complesso di Giza????????????

 

Forgive me for my ingenuous interpretation.

1 – The figures on the left, one with a serpent head and the other a cat-like head, are carrying sewage in the form of a black serpent (its movement like that of liquid on a flat surface) to a female figure representing fertility.

2 – At bottom right the pots containing black matter could represent black sludge placed in the ground prior to the sowing of grain (represented by the bunch of corn ears).

3 – The woman waters the already sprouting grain with the sewage (surface fertilizer).

The sprouts are represented by the green colour covering the bunch of corn ears.

4 – The upper images represent the maturing corn’s transformation of the energy released from the nitrogenous compounds in the sludge.

5 – The vase containing lotus flowers could signify the pre-treatment of the sewage to render it usable as an irrigation fertilizer.

The coincidences are reinforced by two other agronomical considerations.

1 – Cereals are the cultivated vegetable species which most use nitrogenous fertilizers for their growth and yield.

2 – Certain vegetable species, among them the lotus, are nowadays used to improve the quality of the water content of reduced nitrogenous compounds (ammonia etc) which are toxic if used directly on crops.

In modern installations, treatment of nitrogenous waters takes place in collection tanks equipped with systems for aerating the material in order to accelerate the oxidization process of the nitrogenous compounds.

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Si avete visto bene è proprio nella vasca che circonda la sfinge che gli antichi egizi stoccavano le acque azotate provenienti dalla fermentazione anaerobica per la produzione di biogas in attesa di un loro possibile riutilizzo e rimettere nel ciclo biologico l’energia contenuta nei suoi composti.

Anche in questo caso sono due i fatti che ci portano a questa conclusione:

1 – La sfinge si trova ad una altezza inferiore al tempio e è ad esso collegato tramite un condotto che ne permette il deflusso dei liquidi.

2 – L’erosione orizzontale e verticale della roccia calcarea dovuta ai composi azotati di cui sono ricchi i liquami.

 

In this case also there are two facts which bring us to this conclusion:

1 – The Sphinx, situated on a lower level than the temple, is connected to it by a conduit down which liquids can flow.

2 – The horizontal and vertical erosion of the calcareous rock is due to the high level of nitrogenous components present in the sewage.

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LE SORPRESE NON SONO FINITE QUI IL BELLO DEVE ANCORA VENIRE SE AVETE LA PAZIENZA DI SEGUIRMI IN QUESTO INCREDIBILE VIAGGIO.

 

THE SURPRISES DO NOT END HERE. THE BEST IS YET TO COME IF YOU HAVE THE PATIENCE TO ACCOMPANY ME ON THIS INCREADIBLE JOURNEY.

Traduzione a cura di Andrew Stevenson


apr 28, 2008 - opinioni    No Comments

LA MADRE TERRA

Nell’ America settentrionale, sulla costa del nord del Pacifico, gli indiani Salishan raccontavano che:
“La terra era una volta un essere umano, ed ancora oggi è vivente. Ma è stata trasformata e non possiamo vederla. Eppure ha gambe, braccia, una testa, un cuore, carne, ossa e sangue. Il suolo è la sua pelle; gli alberi e le piante i suoi capelli, le rocce le ossa ed il vento il suo respiro”.
Poiché la forza vitale risiede nella terra dalla quale hanno origine tutte le cose, ritenevano l’agricoltura un “sacrilegio”, una violenza compiuta sul corpo della propria madre.
Shomalla, un vecchio profeta indiano, capo della tribù Wanapum nelle pianure del Nord-America, resistette fino alla morte all’insistenza dei bianchi che lo volevano obbligare a lavorare la terra:
“Mi chiedete di lavorare il terreno? Potrei forse prendere il coltello per conficcarlo nel seno di mia madre? Se lo facessi ella non mi accoglierebbe più nel suo seno quando sarò morto. Volete che vanghi e scavi le pietre? Potrei forse scavare le carni di mia madre fino alle ossa? non potrei più entrare allora nel suo corpo per resuscitare a nuova vita. Volete che tagli l’erba ed il fieno per venderlo, per arricchirmi come fanno i bianchi? Ma potrei forse tagliare i capelli di mia madre?”
Nelle grandi civiltà che precedettero la civiltà greca la terra era già adorata come Grande Madre creatrice e protettrice. In Mesopotamia la terra, Ki, era anche chiamata Nin-tu, la signora che procrea, e Niz-zi-gal-dim-me, colei che foggia ogni cosa in cui palpita il soffio della vita.
I greci traevano il culto di Gea, Dea della terra, da una mitologia indo-europea molto antica.
L’enorme diffusione della radice indo-europea Go/Ge, la terra, testimonia la sacralità che dovette ben presto accompagnare quest’immagine e, quindi, il suo nome. Questa radice si ritrova non solo in Grecia (Ge, terra, Georgos, contadino), ma anche nella lingua dell’antico Egitto (Geb, terra), e la radice appare anche nelle lingue moderne, e non solo quelle derivate dal latino, ma anche nelle lingue slave, come il russo Gorod (città), God (anno), Godmost (abilità).
Nell’VIII secolo a.C. il poeta greco Esiodo, narrava che:
“Prima era il Caos, poi Gea, la Terra, dall’ampio seno, solida ed eterna sede di tutte le divinità che abitavano l’Olimpo. Gea, prima di ogni altra cosa, partorì un essere uguale a sé, il cielo stellato, Urano, affinché questi l’abbracciasse interamente e fosse sede eterna dei beati. Essa partorì, poi, le grandi montagne, nelle cui valli dimorarono volentieri le Ninfe. Infine diede alla luce il mare deserto e spumeggiante, e tutto ciò creò da sola, senza accoppiamento”.
Urano iniziò ogni notte ad avvolgere Gaia ed ogni notte ad accoppiarsi con lei. Ma i figli che nascevano dalla loro unione erano invisi ad Urano ed egli si adoperava per non farli venire alla luce mantenendoli nascosti nelle viscere della Terra stessa. Gea (Gaia) , angosciata da questa malvagità , per liberarsi del troppo peso che rinserrava dentro di sè, escogitò un terribile inganno: estrasse dalla proprie viscere il metallo per costruire un falcetto ed invitò i suoi figli ad intervenire per liberarla e liberare se stessi. Soltanto Crono, il figlio più giovane “dai pensieri tortuosi” si fece coraggio ed accolse l’esortazione materna. Quando di notte venne Urano per sdraiarsi sulla Terra, Crono uscì dal proprio nascondiglio armato del falcetto e d’un colpo recise la virilità al padre e la gettò in mare. Si dice che Gea, fecondata dal sangue di Urano, generò le Erinni, le Ninfe, e i Giganti, mentre il membro virile, cadendo in mare, generò la bella Afrodite (nata dalla schiuma).
Nel racconto biblico Dio creò prima Adamo e poi Eva. Egli li creò a Sua immagine e somiglianza e diede loro dominio su tutta la terra.
“Dio creo’ i cieli e la terra, e tutto era molto buono. Nel Paradiso Terrestre, Adamo ed Eva potevano mangiare il frutto di qualunque albero, tranne uno”.
La certezza che la terra sia animata e viva è diffusa presso molti popoli, l’uomo non conosce i misteri della terra e la sua impotenza nei suoi confronti lo spaventa, ma se la terra è animata, se uno spirito governa la crescita di ogni pianta, allora egli può in qualche modo intervenire.
Nell’istante in cui l’uomo si è convinto attraverso la sua parte femminile, inconscia ed istintiva (Eva) che vuol emergere – a ”mangiare il frutto della conoscenza”, la polarità potenziale ancora indivisa diventa ”attuale”. ”Essi allora scoprono la loro nudità”, perdono la loro innocenza e sono perciò esclusi dal paradiso. Il peccato originale è stato commesso.
Chi è l’agente della tremenda caduta ed allontanamento dalla madre terra? Il Maligno, sotto forma di serpente, simbolo archetipo di forza creativa ma anche di perfidia, di inganno.
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Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi … diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna … prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito…”(Genesi 3,1-6)…Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden…Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita. (Genesi 3,23-24)
Erodoto sapeva che i serpenti vengono dalla Madre Terra. Infatti ci racconta che quando Creso, re di Lidia, mandò dei messi a chiedere all’oracolo di Telemesso che cosa significassero tutti quei serpenti che erano apparsi all’improvviso nei sobborghi di Sardi, la risposta fu: “…il serpente è figlio della terra e il cavallo è il nemico venuto dall’esterno” (Hist. I,78)
Ovvero, il cavallo viene dall’esterno, come quello che aveva deflorato la città di Troia, e quindi è un simbolo fallico maschile, mentre il serpente viene dalla terra e quindi rappresenta il suo simbolo fallico ed è femminile.
Come racconta Ovidio, dopo il diluvio, la terra generò un immenso pitone, serpente mai visto prima, che divenne il terrore dei popoli rinati:
“Quando dunque la terra, tutta fangosa per il recente diluvio, si riasciugò al benefico calore dell’astro celeste, partorì un’infinità di specie e in parte riprodusse le forme di una volta, in parte creò mostri sconosciuti. Certo essa non avrebbe voluto, eppure allora generò anche te, immenso Pitone, serpente mai visto prima, che divenisti il terrore dei popoli rinati: per tanto spazio ti distendevi calando dal monte! Febo, il dio che porta l’arco ma che fino allora si era servito di quell’arma soltanto contro i cerbiatti e i caprioli che scappano, uccise quest’essere, ma dovette seppellirlo sotto mille frecce e svuotare quasi la faretra, prima che morisse in un lago di sangue velenoso uscito dalle nere ferite. E perché il tempo non potesse cancellare la memoria della gloriosa impresa, istituì le solenni gare chiamate pitiche, dal nome del serpente vinto. L’alloro non esisteva ancora, e Febo si cingeva le tempie, su cui spioveva con eleganza la lunga chioma, con le fronde di un albero qualsiasi “( Metamorfosi, I,435 – 445.)
Quindi, il serpente viene dall’interno della terra, che è Madre Terra per eccellenza ed è il suo pene.
Sempre Virgilio:
“ Fu Giove che fornì alla malignità dei serpenti
Il veleno per nuocere,
che indusse i lupi a vivere di preda.
Il mare ad agitarsi,
che spogliò dei mieli le foglie,
nascose il fuoco
e seccò i ruscelli di vino
che scorrevano ovunque
perché l’esperienza, prova su prova,
costituisse le diverse arti,
scoprisse nei solchi gli steli del frumento
e dalle vene della selce
suscitasse il fuoco nascosto.”
Una delle differenze fondamentali tra i tempi antichi e moderni è la posizione della religione nei confronti della natura. Per l’uomo greco la natura era un’entità degna di venerazione, qualcosa che incuteva timore. Noi moderni non sappiamo neppure capire perché il greco dei bei tempi antichi si mantenesse fedele a usanze così strane quando doveva tagliare un albero, o cacciare un animale. Noi sorridiamo di quel timore superstizioso. Purtroppo, assieme al timore ci è sfuggito anche il sacro rispetto reverenziale.. Noi non conosciamo altro rapporto con la natura che non sia quello dello sfruttatore verso lo sfruttato. Infatti, l’enfatico sentimento della natura che noi coltiviamo è un sentimento di lusso, di uomini colti formati al gusto estetico, e non un sacro sentimento di riverenza, bensì un insistente osservare ed esaminare, governato dalla retorica. La natura ha perso per noi la sua divinità. A ciò dobbiamo certamente i nostri successi nella tecnica, nel progresso, ma li abbiamo pagati con la perdita di civiltà, con la perdita dei valori interiori dell’anima.
apr 28, 2008 - opinioni    1 Comment

IL FUOCO

La prima grande “rivoluzione”, l’uomo la compì con la scoperta del fuoco, una fonte di energia che si libera dalla combustione di materiali legnosi dove l’energia solare era stata accumulata per anni in diversi composti (lignina, cellulosa, etc.). Il fuoco ha rappresentato un passaggio importante per l’uomo. Si può dire che prima non si poteva parlare di civiltà umana, ma forse neanche di umanità.
Il mito di Prometeo, come quello di altri civilizzatori ricorda questo importante passaggio.
Prometeo era figlio della Ninfa Climene e del Titano Eurimedonte, oppure di Climene e Giapeto, ed i suoi fratelli erano Epimeteo, Atlante e Menezio. All’inizio i fratelli erano molto virtuosi e saggi, ma un giorno si lasciarono vincere dall’avidità e dalla crudeltà, per punirli gli dei scatenarono un diluvio che distrusse il loro regno. Atlante e Menezio, che sopravvissero al diluvio, si unirono a Crono e ad altri Titani per combattere gli dei dell’Olimpo. Zeus, però, uccise Menezio con una folgore e condannò Atlante a portare sulle spalle il Cielo per l’eternità. Atlante era il padre delle Pleiadi, delle Iadi e delle Esperidi e sostenne sempre il Cielo sulle spalle, ad eccezione di quando Eracle lo alleviò, anche per poco, di quel peso.
Prometeo, che previde la sconfitta dei Titani, preferì schierarsi dalla parte di Zeus. Egli, che era il più intelligente dei Titani, aveva assistito alla nascita di Atena dalla testa di Zeus e la dea stessa gli insegnò l’architettura, l’astronomia, la matematica, la medicina, l’arte di lavorare i metalli, l’arte della navigazione e altro ancora, che egli poi a sua volta insegnò ai mortali. Zeus che era intento a distruggere il genere umano s’irritò nel vedere gli uomini diventare sempre più esperti e potenti. Un giorno, nella piazza di Sicione, si accese una discussione a proposito delle parti di un toro sacrificato che dovevano essere offerte agli dei. Prometeo fu invitato a fare da arbitro, egli scuoiò il toro facendo due sacche con la sua pelle, e li riempì una con la carne però nascosta dentro lo stomaco, che non è molto appetitoso, e l’altra con le ossa coperta da uno strato di grasso. Quando le presentò a Zeus affinché li scegliesse, il dio si fece trarre in inganno e scelse la sacca che conteneva le ossa. Irato, punì Prometeo privando il genere umano dal fuoco.
Egli, dunque, si recò da Atena affinché lo facesse entrare di notte nell’Olimpo, appena giunto accese una torcia dal carro del Sole e si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Infuriato Zeus fece costruire da Efesto una donna, ordinò ai quattro Venti di soffiarle la vita, e alle dee di adornarla. La chiamò Pandora, fu la più bella donna del mondo e Zeus decise di donarla ad Epimeteo. Quest’ultimo, già avvertito dal fratello di non accettare regali da Zeus, la rifiutò, quindi Zeus fece incatenare Prometeo, nudo, in cima al Caucaso, dove un avvoltoio gli divorava il fegato tutto il giorno, questo tormento non aveva fine poiché la notte il fegato gli ricresceva.
Epimeteo angosciato per la sorte del fratello, si affrettò a sposare Pandora, che per volontà di Zeus era stupida, malvagia e pigra, quanto bella. Una volta sposati, la donna, aprì il vaso che Prometeo aveva affidato al fratello raccomandandogli di tenerlo sempre chiuso. Il vaso conteneva tutte le Pene che possono affliggere l’umanità quali: la Vecchiaia, la Fatica, la Malattia, la Pazzia, il Vizio e la Passione. Oltre alle Pene, Prometeo, aveva rinchiuso anche la Speranza, che con le sue bugie evitò che tutti gli umani commettessero suicidio.
Si nota anche una somiglianza con la Genesi in cui è Eva a spingere l’uomo ad infrangere il divieto di raccogliere i frutti dall’albero proibito, ottenendo con tale gesto le sofferenze e la fatica tipiche di una vita umana. Questo non deve stupire, perché la donna rappresenta sempre una rottura. Un figlio si emancipa dall’autorità paterna quando crea una propria famiglia e questo avviene per tramite di una donna. “Per questo l’uomo lascia suo padre e sua madre e si unisce alla sua donna e diventano una sola carne”. (Genesi 2,24) Per questo la donna viene percepita come un elemento di rottura.
Si pensi ad Elena di Troia, la guerra doveva scoppiare, ma la rottura, simbolicamente, avviene per tramite di una donna. Nella realtà i fatti saranno andati probabilmente diversamente, ma nel racconto la valenza della rottura è data dalla donna. La coincidenza dei mali di Pandora e di quelli di Eva, potrebbe essere dovuto al fatto che il figlio, una volta abbandonata la casa paterna, deve affrontare la vita da solo, senza la protezione di una famiglia, che in caso di difficoltà poteva soccorrerlo. In una società primitiva patriarcale, l’abbandono della famiglia per fondarne una propria poteva rappresentare l’abbandono del villaggio dove si era nati e partire per un nuovo territorio per fondarne uno proprio. Quindi un percorso irto di difficoltà per emanciparsi dall’autorità paterna.
Prometeo fa parte della razza dei Titani e in quanto tale è in parte di origine divina anche se di una divinità in un certo qual modo inferiore. Con la sua ribellione ha donato il fuoco, ma anche portato al collasso un sistema di potere, ponendo le basi di un nuovo ordine di cui, forse, poteva aspirare al comando. Prometeo fa altri doni all’umanità, oltre al fuoco, quali la scrittura, rudimenti di matematica, insegna l’agricoltura e l’addomesticamento di animali, la navigazione, la medicina, l’arte di interpretare sogni e presagi, la metallurgia, ecc., compito che condivide con altri civilizzatori come Osiride e Thot in Egitto o Quetzalcoatl in Messico.
La scoperta del fuoco mise a disposizione dell’uomo una incredibile fonte di energia alimentare proveniente da nuove specie vegetali.
Il mito di Proserpina ci racconta la preoccupazione alimentare dell’uomo nel costante approvvigionamento di nutrienti. I cicli stagionali lo costringevano a costanti migrazioni (un po’ come fanno oggi molte specie di animali migratori), ciò esercitando una forte pressione selettiva, e contenevano lo sviluppo numerico della specie.
Prima della scoperta del fuoco l’uomo era costretto ad approvvigionarsi di energia alimentare proveniente da alimenti composti da sostanze digeribili e non tossiche. e a vivere in stretto contatto con gli animali di cui si nutriva (caccia e allevamento).
Il trattamento termico degli alimenti con la denaturazione delle proteine gli permise di consumare carne conservata e contaminata da microrganismi potenzialmente tossici, con la gelatinizzazione dell’amido nutrirsi di nuove specie vegetali, in modo particolare cereali come grano, orzo etc. che avevano anche la grandissima proprietà di avere i loro frutti (cariossidi) molto ricchi di amido e molto poveri di acqua e facilmente conservabili per lunghissimo tempo.
L’ energia sviluppata dalla combustione di materiale legnoso fu utilizzata per produrre energia alimentare.
La necessità, soprattutto nei primi tempi, di mantenere sempre accesso un focolare per l’incapacità di riprodurre il fuoco, introdusse nella struttura sociale preistorica umana, una nuova casta tra quelle già esistenti dei raccoglitori e cacciatori. Gli individui destinati a occuparsi del fuoco, vista la sua importanza, assunsero ben presto una posizione di preminenza all’interno dei singoli gruppi. Tale preminenza poteva essere sia politica sia religiosa. Politica perché i controllori del fuoco avevano potere diretto sui loro simili non adibiti a quel lavoro, ne potevano controllare la sopravvivenza garantendo accesso al focolare o la morte tramite ostracismo o esilio da esso. Religiosa perché il fuoco, fin dal principio espressione di uno tra i più potenti spiriti della Natura, garantiva a coloro che ne custodivano i segreti un rapporto preferenziale con detto spirito e, in un secondo momento, col mondo soprannaturale e divino.
Prometeo altre al fuoco dona agli uomini anche la tecnica.
L’acqua e il fuoco sono stati i primi mezzi con cui nell’antichità gli uomini hanno cominciato ad abbattere le rocce.
Con l’acqua si procedeva forzando grossi cunei di legno (di solito di faggio stagionato) entro le spaccature della roccia indi bagnando i cunei che, ingrossando, sconnettevano la roccia circostante. Così sono stati scavati, anche in lavori sotterranei, i blocchi con cui fu costruito il tempio del re Salomone, iniziato nel 938 avanti Cristo.
Non molto tempo dopo fu applicata la disgregazione delle rocce con il fuoco. Questo sistema è ricordato da Plinio e ne parla Agatarchide nel secondo secolo avanti Cristo, a quanto risulta da Diodoro Siculo.
Con i due sistemi, dell’acqua e del fuoco, combinati, fu aperto l’emissario del Fucino, galleria lunga 5.653 m, sotto il monte Salviano, per scaricare le acque del lago nel Liri. La galleria (di sezione variabile da 5 a 10 m 2 ) fu aperta a partire da un gran numero di pozzi situati a distanza di 35 – 40 m, alcuni profondi fino a 120 m. Fu inaugurata dall’imperatore Claudio nel 52 della nostra Era, dopo che vi avevano lavorato per 11 anni 22.500 schiavi e 7.500 uomini liberi.
Nel secolo XII i Pisani coltivarono le miniere di piombo e zinco in Sardegna con la punteruola e con il fuoco. Questo sistema è descritto da Giorgio Agricola nel libro V della sua fondamentale opera De Re Metallica (Froben, Basilea, 1550-1556): « Il fuoco (di cataste di legni) dall’aria nella vena portato la separa dalle pietre, che le stesse quantunque siano durissime, spesso così rende molli, che diventano più fragili di tutti ».
L’uso del fuoco è continuato a lungo e trova ancora qualche applicazione mediante speciali apparecchi a combustibile liquido o gassoso.
L’uomo diventa un modificatore della natura e non più soltanto un suo fruitore se non addirittura succube in balia dei suoi capricci. Da animale tra altri animali, l’uomo col fuoco assurge a una condizione di privilegio e forse dannazione.
Franz Kafka nel suo racconto breve “Prometeo”:
“Di Prometeo si narrano quattro leggende: secondo la prima, poiché aveva tradito gli dèi per gli uomini, fu incatenato al Caucaso, e gli dèi mandavano delle aquile a divorargli il fegato, che continuamente ricresceva.
Secondo la seconda, Prometeo per il dolore dei colpi di becco si addossò sempre più alla roccia fino a diventare una sola cosa con essa.
Secondo la terza, nei millenni il suo tradimento fu dimenticato, dimenticarono gli dèi, le aquile, lui stesso.
Secondo la quarta, ci si stancò di lui che non aveva più ragione di essere. Gli dèi si stancarono, si stancarono le aquile, la ferita, stanca, si chiuse.
Restò l’inspiegabile montagna rocciosa. – La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. E dal momento che proviene da un fondo di verità, deve finire nuovamente nell’inspiegabile.”
Tra i racconti, quello intitolato “Prometeo” sembra non apparire, sembra rimanere sospeso in una decifrazione le cui chiavi di accesso sono più oscure della leggenda stessa. Kafka riferisce le variazioni del mito sull’eroe che rubò il fuoco, la luce, agli dei.
Quattro leggende riassunte in poche righe, come appunti interrotti.
La prima è quella tradizionale: “…fu inchiodato al Caucaso, …e gli dei gli mandavano aquile a divorargli il fegato sempre ricrescente”.
Le ultime tre non sembrano diversi epiloghi del suo supplizio, ma la concatenazione dello stesso evento.
– Prometeo per il dolore si ritrae sempre più nella parete di pietra, fino a diventare roccia egli stesso.
– Prometeo è dimenticato da tutti, dagli dei e dalle aquile. E’ dimenticato il suo tradimento.
– Tutti si stancano di lui che non ha più motivo di essere; anche la sua ferita si stanca di sanguinare e così si richiude.
L’enigma rimane per Kafka la montagna rocciosa. La leggenda contiene sempre un fondo di verità, scrive, e riesce a spiegarsi solo nell’inspiegabile: anche lui vuole dimenticare Prometeo, senza permettergli salvezza. E’ del tutto trascurato, infatti, l’epilogo della storia, raccontato da Eschilo: Eracle libera il titano. Il semidio si fa tramite degli dei e degli uomini e riconduce l’equilibrio perduto.
Due anni dopo, nel 1920, in un secondo, brevissimo racconto, “L’avvoltoio”, appare un uomo che descrive in prima persona il suo supplizio. E’ Kafka-Prometeo.
Non un’aquila lo tormenta, ma un avvoltoio.
Ecco, un tizio-Eracle passa curioso e si offre di aiutarlo; va a procurarsi una doppietta per uccidere l’animale.
Ma l’avvoltoio-aquila capisce e subito si slancia in un affondo attraverso la bocca dell’inerme, spingendosi dentro le sue viscere: “sentii, liberato, che nel mio sangue straripante, di cui erano piene tutte le cavità, l’avvoltoio affogava irrimediabilmente”.
La liberazione di Prometeo è senza ritorno. E’ concessa al prezzo della vita. Ma insieme gli è regalata anche la vendetta.
Nel Prometeo incatenato di Eschilo il Titano afferma di avere escogitato le tecnai che fanno partire la civilizzazione. “Questo sapere è sempre una conoscenza pratica: è il sapere che ha creato la civiltà, le tecnai. Egli ha insegnato loro i diversi mestieri, inoltre l’astronomia, i numeri e le lettere; ma non allargare la conoscenza del mondo nel senso degli antichi ionici: al contrario, questo sapere è orientato, alla maniera attica, verso le tecnai, verso uno scopo pratico e un’utilità…il fuoco è il simbolo delle tecnai, dell’attività pratica”.
Racconta Prometeo “ sono andato a caccia della sorgente rubata del fuoco da mettere nel cavo di una canna, ed essa si è rivelata maestra e grande mezzo di ogni tecnica per tutti i mortali”.
Prometeo però deve riconoscere: “ ho infuso loro cieche speranze”, sopporta di sapere il suo destino senza venirne schiacciato, ma sa che gli uomini non sarebbero capaci di reggere una simile tensione “la conoscenza pratica è piu debole della necessità”.
Leopardi nello Zibaldone:”Il fuoco è una di quelle materie, di quegli agenti terribili, come l’elettricità, che la natura sembra avere studiosamente seppellito e appartato, e rimosso dalla vista e da’ sensi e dalla vita degli animali, e dalla superficie del globo”.
Nell’economia umana l’energia è sempre stata legata al carbonio, fin da quando l’uomo impara ad accendere e a controllare il fuoco, alcune decine di migliaia di anni fa. Il carbonio, infatti, è l’elemento chimico che più di ogni altro caratterizza la materia vivente. E per millenni l’uomo è riuscito a controllare le fonti energetiche di origine biologica: prima la legna ed il carbone, poi il petrolio e il gas naturale.
La rivoluzione industriale non ha modificato questo quadro. In due secoli, l’industria ha modificato più volte le sue fonti primarie di energia, ma pescandole sempre tra quelle ricche di carbonio. Fino al 1890, per esempio, la legna costituiva la fonte primaria (forniva addirittura il 90% dell’energia ancora nel 1850). Sul finire del XIX secolo è stata sostituita dal carbone, che si è affermata come fonte primaria fino quasi al 1960, sostituito poi a sua volta dal petrolio. Oggi il petrolio è fonte primaria di energia al mondo. Il suo consumo continua a crescere, anche se a ritmi sempre più rallentati. In compenso è in forte crescita il gas naturale, che ha già raggiunto e superato il carbone. In definitiva, oggi l’uomo ricava il 75% dell’energia di cui ha bisogno dai combustibili fossili: il 32% dal petrolio, il 22% dal gas naturale e il 21% dal carbone.
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L’AGRICOLTURA

Intorno al VII-VIII millennio prima di Cristo si trovano già ampie testimonianze di quell’età che venne chiamata l’età dell’agricoltura e che significò, per la storia dell’umanità, un grande progresso.
Agricoltura dal latino agricultura da agri campo e cultura, coltivare: l’arte di coltivare i campi
Collegati alla nascita dell’agricoltura furono due eventi decisivi per la storia del genere umano. Il primo è costituito dall’aumento di popolazione. Rispetto al rapporto con l’ambiente che esisteva quando il cibo veniva procurato tramite la caccia, la pesca e la raccolta, l’agricoltura costituiva un uso più razionale e produttivo del terreno: aumentava la quantità di beni alimentari che era possibile ottenere. Di conseguenza, un numero assai più elevato di persone poteva essere tenuto in vita.
La seconda conseguenza dell’affermazione delle tecniche agricole fu che una quota della popolazione poté abbandonare il lavoro diretto a ottenere il proprio sostentamento e dedicarsi ad altre attività, come quelle religiose, politiche, militari.
Inoltre l’agricoltura ancorando in modo definitivo gli insediamenti umani ad una zona ben definita ha fatto nascere il concetto di “possesso del territorio “dal quale sono derivati gli stati, la nazioni e le arti militari.
Virgilio nel poema didascalico le Georgiche:
“ Prima di Giove non v’erano contadini
che coltivassero la terra,
né era lecito delimitare i campi
tracciando confini: tutto era in comune
e la terra, senza che le fosse richiesto,
produceva spontaneamente
e con generosità ogni cosa.”
Si può perciò ritenere che senza l’attività agricola non avremmo la civiltà moderna che conosciamo.
Anche in questo periodo – come nel periodo della caccia – la natura continuava a mantenere per l’uomo un gran numero di segreti e solo attraverso il mito l’uomo può ordinare il suo mondo, può trovare una logica per quello che accade. In questo periodo, rispetto all’età della caccia, lo scenario mitico cambia profondamente anche se i miti della caccia non scompaiono, anzi, finiscono per sovrapporsi a volte a quelli degli agricoltori.
“Cerere per prima educò gli uomini
a coltivare con l’aratro la terra,
quando vennero a mancare le ghiande,
i frutti delle selve sacre
e persino Didona non diede più cibo.”
Cerere, per i Greci Demetra, era la dea dei campi e delle messi che aveva insegnato agli uomini la coltivazione dei campi. Veniva rappresentata come una matrona severa e maestosa, tuttavia bella e affabile, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e un canestro ricolmo di frutta nell’altra.
Figlia del titano Crono e di Rea veniva considerata nella mitologia greca la dea del grano e dei raccolti. Quando sua figlia Persefone (o Proserpina), fu rapita da Ade, dio degli Inferi, mentre coglieva fiori e Demetra ne fu così addolorata che trascurò le terre, sulle quali non crebbe più alcuna pianta, e la carestia si abbatté sul mondo. Preoccupato per la situazione, Zeus chiese al fratello Ade di restituire Persefone alla madre. Questi acconsentì, ma prima di liberarla le fece mangiare i chicchi di una melagrana magica che l’avrebbero costretta a ritornare da lui sei mesi all’anno. Felice di aver ritrovato sua figlia, in primavera Demetra faceva nascere dalla terra fiori, frutti e grano in abbondanza, ma in autunno, quando Persefone era costretta a ritornare nel mondo sotterraneo, il suo dolore provocava la morte della vegetazione e l’arrivo dell’inverno. Dalla Sicilia, il culto si propagò a Roma nel V secolo a.C., popolare soprattutto fra i plebei, dove alle due dee corrispondevano Cerere e Proserpina. A lei venivano sacrificati i buoi e i maiali, le si offrivano frutta e miele. In suo onore, a Roma ogni 12 aprile si celebravano le “Cerealia”, la parola “cereali” deriva dal suo nome.
L’oracolo di Dodona in Epiro, secondo Omero, è affidato agli indovini detti «Elli, dai piedi sporchi, che dormono per terra»: un corpo sacerdotale di cui poco o nulla si sa, e che in séguito venne sostituito da una casta di sacerdotesse (indicate per lo più in numero di tre e note con il soprannome di «colombe»); Dodona si vantava d’essere il più antico santuario oracolare della grecità: il luogo di culto era la quercia sacra a Zeus, presso cui le sacerdotesse vaticinavano in estasi. Solo nel IV secolo a.C. sorse sul luogo un piccolo tempio; le tavolette votive ritrovate in esso mostrano che l’oracolo era frequentato soprattutto da privati cittadini.
L’attività agricola si presenta, perciò, come l’insieme delle tecniche elaborate con il fine di rigenerare il suolo ricostituendo le potenzialità produttive del terreno. Solo in questo modo lo sfruttamento della terra può diventare una pratica regolare e costante nel tempo.
“Così se non incalzerai
continuamente l’erba col rastrello
e non spaventerai gli uccelli col rumore,
se non eliminerai con la falce
l’ombra che oscura la campagna
e non invocherai la pioggia con preghiere,
ahimè, tu guarderai frustrato
il raccolto abbondante del vicino
e sazierai la fame
scuotendo nei boschi le querce.”
Ogni attività agricola si presenta però come la rottura del circolo naturale di crescita della vegetazione.
L’uomo, con le sue attività, interrompe la circolarità di questo ecosistema.
“Tutto così fatalmente rovina in peggio
e lasciato a sé stesso è ricacciato indietro,
come chi a stento spinge coi remi
una barca contro corrente,
se allenta per caso le braccia
il corso del fiume rapidamente
lo trascina nel suo fluire a valle.”
L’affermazione dell’agricoltura avvenuta nei tempi passati ha risolto praticamente il problema alimentare dell’uomo impegnando in esso solo una parte della popolazione cosicchè l’altra parte resa libera ha potuto dedicarsi a nuove attività abitando in centri urbani distanti dalle zone di produzione.
“A volte il conducente di un lento asinello
ne carica il basto d’olio, di frutta a buon mercato
e tornando dalla città
porta una macina o un blocco di pece nera.”
La separazione città-campagna è sancita dalla presenza delle mura di cinta e perdura anche dove, come nelle città islamiche, muta sia l’impianto urbanistico concepito come un insieme dei recinti che disegnano le singole case, e anche quando, come nel medioevo che costruisce una fitta rete di città murate e turrite in tutto l’occidente, il rapporto tra natura e cultura assegna alle città –manifestazione primaria della cultura delle comunità insediate – quel senso di libertà dai pericoli (l’aria delle città rende liberi) che viceversa infestavano i territori in cui prevaleva la natura incontaminata che sfociava nella campagna coltivata a ridosso delle mura. L’hortus conclusus dentro le mura delle magioni signorili, è spazio di natura “artefatta” riservato a pochi e comunque pregno di significati simbolici che si rifanno alla grandezza del divino, trascurando l’umano.
La natura diventa un artificio di grande attrazione e ricchezza formale soltanto quando, con la “cattura dell’infinito” seguita alla scoperta e applicazione del sistema geometrico di rappresentazione della profondità, la realizzazione dei grandi giardini delle regge europee, addomesticando la natura a fini estetico-contemplativi, disegnano un nuovo rapporto della città con il suo intorno e mettono a contatto un maggior numero di individui con la bellezza della natura.

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CAMPAGNA E CITTA

Le prime concentrazioni della popolazione in insediamenti di tipo urbano risalgono al periodo di trapasso tra l’età neolitica e l’età del Bronzo, quando il fiorire dell’agricoltura portò a un benessere che consentì la specializzazione delle professioni. Le città che sorsero nella pianura della Mesopotamia avevano una popolazione di 30.000 abitanti, ed erano strutturate intorno a un centro sacro e spirituale, il tempio. Successivamente, le città che erano centri del potere politico e amministrativo accrebbero la loro importanza e conseguentemente le loro dimensioni. In Estremo Oriente la civiltà urbana, nata nel II millennio a.C., sviluppò schemi planimetrici rigidi e regolari per gli insediamenti, ancora oggi riconoscibili in molte città.
In Occidente il modello che condizionò la crescita e lo sviluppo delle città fu quello della polis greca, affermatasi nel I millennio a.C.: il centro urbano, in un primo tempo privo di fortificazioni, ma dal VI-V secolo a.C. cinto di mura, era inserito nel contesto del territorio circostante e collegato da varie vie di comunicazione con paesi e villaggi vicini; concepito come uno stato indipendente (città-stato), fu organizzato secondo una suddivisione funzionale tra aree sacre, pubbliche e private. La teoria urbanistica di Ippodamo di Mileto (VI secolo a.C.), incentrata su tracciati ortogonali, contribuì a razionalizzare ulteriormente la disposizione interna della città.
L’estensione territoriale dell’impero romano, che unificò politicamente il Mediterraneo, implicò l’impiego di un efficiente sistema di infrastrutture su grande scala per il controllo di tutte le regioni. I romani realizzarono strade, acquedotti, fognature e cinte fortificate di frontiera; applicarono, nella fondazione di città nuove, il rigido schema reticolare del castrum basato sul cardo e il decumano e dotarono i nuovi centri di edifici pubblici (anfiteatri, terme, basiliche, circhi, foro).
L’affermazione della classe borghese e lo sviluppo delle attività legate al commercio caratterizzarono invece la città medievale, organizzata in un sistema complesso di spazi suddivisi secondo un ordine gerarchico, a espressione dei vari poteri pubblici (spesso in conflitto tra loro). Accanto alla cattedrale, al palazzo del vescovo e ai conventi religiosi si ergevano, altrettanto imponenti e rappresentativi, il palazzo del Comune e i palazzi delle varie corporazioni. Costruite in spazi ristretti per esigenze difensive, le città medievali si svilupparono spesso in altezza e non furono regolate da precisi piani urbanistici, ma si ingrandirono attraverso continue aggiunte. Lo schema radiocentrico ebbe comunque una vasta diffusione perché si prestava, più dell’antico schema a scacchiera, a una distribuzione in senso gerarchico degli spazi: implicita nel sistema feudale era infatti la necessità di creare nel tessuto urbano una subordinazione di tutte le parti rispetto al centro.
Durante il Rinascimento alcune città dell’Italia centrale e settentrionale, sedi delle grandi signorie, fiorirono e trasformarono il loro volto grazie a splendidi nuovi monumenti (i Gonzaga determinarono lo sviluppo urbanistico e artistico di Mantova, gli Estensi fecero lo stesso a Ferrara, i Montefeltro a Urbino). Furono anche ampliate e rinnovate molte città di origine medievale (Milano, Firenze, Venezia e Napoli). Nel Cinquecento e nel Seicento furono invece le grandi capitali europee (Roma, Parigi, Londra, Vienna) a espandersi e ad arricchirsi di palazzi e piazze monumentali, rappresentativi del potere delle grandi monarchie e dello Stato della Chiesa.
La rivoluzione industriale portò successivamente a una crescita incontrollata della città verso la campagna e al venir meno dell’antico dualismo tra spazio urbano e territorio circostante. Le zone degradate (la periferia e i centri antichi) vennero lasciate ai ceti socialmente ed economicamente più deboli, accentuando la distribuzione gerarchica degli spazi della città.
L’antica contrapposizione tra città e campagna si è poi totalmente dissolta nella città contemporanea, caratterizzata dall’integrazione delle zone funzionali in un paesaggio continuo ed eterogeneo. Il decentramento e la dispersione residenziale e produttiva sono inoltre fattori primari nelle politiche urbanistiche dei paesi più avanzati.
Il dato caratterizzante la situazione italiana consiste proprio in questa modificazione nella natura economica e sociale dei ceti dominanti, in questo intreccio rendita-profitto che rappresenta anche i due poli attraverso cui si svolge l’interscambio città-campagna.
Il quadro economico generale si presenta grosso modo nei seguenti termini. La fuga dei ceti dipendenti dalle campagne verso le città o le terrae novae con il ridursi del numero dei contadini che ne consegue, le lotte tra servi e signori con la formazione in vaste zone della Pianura Padana e della Toscana di Comuni rurali che rappresentano centri di forza e di emancipazione dei contadini, i progressi tecnologici ed organizzativi che si dispiegano nel mondo rurale, tutto ciò significa sviluppo delle forze produttive (animate e inanimate) a cui il ceto dominante deve rispondere con la formulazione e attuazione di nuovi rapporti produttivi nelle campagne.
Questi nuovi rapporti produttivi sono costituiti dallo sviluppo della colonia parziaria (mezzadria) che è indice del distacco dalla terra dei proprietari terrieri (inurbamento volontario o coatto) e segno del dissolvimento della grande proprietà terriera di tipo feudale. Questa, oltre ad essere spartita fra i nuovi ceti urbani dominanti, viene smembrata anche in quanto divenuta poco redditizia a seguito della carenza di una numerosa schiera di lavoratori facilmente assoggettabile e manipolabile.
I nuovi rapporti di produzione (la colonia parziaria) che vedono attuare una ripartizione paritaria del prodotto tra proprietario e affittuario, se da una parte rappresentano il passaggio verso forme più attenuate di sfruttamento del ceto contadino a testimonianza di una sua maggiore forza contrattuale, dall’altra costituiscono il tentativo, da parte dei signori vecchi e nuovi, di coinvolgere e cointeressare agli incrementi produttivi un ceto contadino su cui grava pur sempre il peso integrale della produzione agricola e che viene in molti altri modi ingannato e sfruttato.
Attraverso il rapporto mezzadrile o l’imposizione di canoni in natura, i signori prelevano dai contadini quote consistenti di produzioni agricole che vengono da essi collocate, con notevoli ricavi, sul mercato urbano. Lo sfruttamento delle campagne viene esercitato, in questo caso, attraverso l’esproprio del prodotto agricolo e l’intermediazione parassitaria tra città e campagna.
Questa situazione introduce aspetti contraddittori nella politica economica e socio-giuridica dei Comuni italiani. Infatti, se gli interessi generali della città portano a calmierare i prezzi dei beni agricoli e a favorire l’inurbamento dei contadini quando vi è necessità di nuove forze di lavoro e di nuove milizie soldatesche, d’altro lato l’aristocrazia terriera inurbata e il ceto urbano divenuto proprietario terriero premono per vendere i loro prodotti agricoli a prezzi più elevati di quelli fissati dalla città o esportarli in altre aree maggiormente redditizie, e contrastano l’inurbamento dei servi perché ciò significa spesso sottrazione di lavoratori dalle loro proprietà.
La situazione poi si complica perché all’interno di questi ceti dominanti e all’interno delle stesse persone convivono interessi contrastanti (rendita e profitto) per cui, ad esempio, se l’inurbamento dei servi significa per il signore-proprietario terriero (percettore di rendita) calo di lavoratori e quindi conseguente calo di produzione, d’altro lato per lo stesso signore-proprietario di bottega o mercante (percettore di profitto) rappresenta accrescimento del mercato (acquirenti di prodotti, potenziali lavoratori urbani) e quindi degli affari.
Ne deriva che, nelle dispute servi-signori come in altre controversie, i ceti urbani dominanti prendono posizioni non sempre univoche: spesso deliberano a favore dei signori feudali che, direttamente o indirettamente, arrivano a influire sulla politica cittadina; talvolta invece si pongono dalla parte dei servi soprattutto quando si tratta di ridurre le velleità di un feudatario troppo potente.
L’unico punto di chiarezza e di linearità è nella politica verso l’esterno: alleanze, lotte, leggi e norme giudiziarie, disposizioni economiche, tutto è in funzione del benessere e della potenza all’interno e della rovina e distruzione all’esterno, negli altri Comuni autonomi.
Ma questa politica, stimolando gli aspetti di particolarismo comunale, è perdente nel lungo periodo rispetto alla tendenza verso la formazione di Stati nazionali.
Inoltre, il groviglio di interessi sopra esaminati, incarnati dalle stesse persone a seguito della compenetrazione-identificazione tra signori urbani e signori terrieri, porta nel lungo periodo ad una situazione di stasi, di blocco dello sviluppo soprattutto mano a mano che gli aspetti di rendita parassitaria (agricola e di intermediazione) tendono a prevalere su quelli di profitto. Per cui, alla spinta antifeudale della politica comunale del primo periodo, si sostituisce sempre più la cooptazione del vecchio ceto signorile nell’organismo comunale e la ripresa accentuata di imposizioni e di pratiche di sfruttamento di tipo feudale senza nessun intervento innovatore delle città nei confronti del mondo agricolo per quanto riguarda gestione e tecnologie di produzione. [1974, Paolo Cammarosano]
In questa ripresa di una pressione eccessiva delle città sulle campagne, che fa saltare l’equilibrio di sfruttamento relativo stabilitosi durante il basso medioevo tra il libero Comune e il contado dipendente, è da vedersi una delle cause principali della recessione economica del secolo XIV.
Su questa divisione (manuale/intellettuale) si intreccia o si sovrappone (secondo le diverse realtà regionali) la divisione città/campagna che è, in sintesi, contrasto fra ceti urbani dominanti e ceti rurali dipendenti per la spartizione del sovrappiù, intendendo designare con il termine sovrappiù non solo una realtà economica (produzione eccedente la pura e semplice sussistenza) ma tutti gli aspetti politici, sociali, culturali a ciò connessi.
Infatti, l’appropriazione di sovrappiù da parte del ceto urbano dominante è appropriazione-privazione di potere, cultura, salute, tempo libero, nei confronti del ceto rurale dipendente.

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FERTILITA’ E RENDITA

Il popolo di Israele è il primo presso cui ritroviamo il possesso privato della terra. Nel libro del Deuteronomio (27,17) leggiamo: «Maledictus qui transfert terminos proximi sui», «Sia maledetto chi sposta le pietre di confine del suo vicino».
Quando i romani iniziarono a sottomettere le popolazioni italiche definirono le terre conquistate col termine di “agro pubblico”.
Una parte di questi terreni veniva divisa in centurie, cioè in rettangoli più o meno equivalenti, destinati ad essere assegnati ai coloni-soldati, che di mestiere facevano i contadini e che su questi lotti praticavano sostanzialmente un’agricoltura di sussistenza.
Altri terreni potevano essere affittati a cittadini privati, che quindi li gestivano, anche potendo trasmetterli in via ereditaria, senza averne la proprietà, che restava statale.
La parte del leone toccò sempre ai comandanti militari, membri dell’aristocrazia senatoria, forniti di poteri quasi illimitati, che potevano far lavorare sulle loro terre coloni e schiavi.
Fu soprattutto dopo le guerre puniche che alcuni ceti (i patrizi) si arricchirono enormemente, trasformando il demanio pubblico in proprietà privata. Gli investimenti erano prevalentemente indirizzati all’acquisto di terre, in quanto i senatori, secondo una legge del 218 a.C., dovevano tenere separati l’attività politica da quella commerciale in senso stretto.
I senatori riuscirono ad aggirare abbastanza facilmente anche un’altra legge antica (legge Sextia del IV sec. a.C.) che vietava di occupare più di 500 iugeri (100 ettari) di agro pubblico.
Il processo di concentrazione terriera nelle mani di pochi privilegiati non trovò ostacoli neppure con le vicende dei Gracchi e praticamente determinò la crisi irreversibile della piccola proprietà contadina libera.
In questo quadro s’inserisce il primo trattato di agricoltura di Marco Porcio Catone dal titolo De Agri Cultura. e l’azienda di cui parla è finalizzata non ad un’economia di sussistenza ma di mercato e contrappone il modello del podere di medie dimensioni al nascente latifondo. Catone consiglia il podere da acquistare, i lavori da compiere, insegna la cura delle malattie di piante e animali, i compiti del fattore, insegna come trattare i dipendenti e come comportarsi con gli schiavi. Tuttavia il calcolo economico era molto rudimentale, praticamente si riduceva al principio: “vendere molto e comprare poco”
L’agronomo Columella, contemporaneo di Seneca, scrisse un nuovo trattato di agricoltura il De re rustica in cui fa chiaramente capire che la pratica dell’affitto può dare ottimi risultati.
Il possesso di terreni e la produzioni di beni destinati al mercato creano la rendita, in economia definibile come il reddito percepito in virtù della proprietà di una risorsa naturale.
Essa è distinta dal profitto, che è invece pari alla differenza tra i ricavi e i costi dell’impresa.
Nasce così l’agricoltura moderna non più basata su una economia di sussistenza, ma su principi economici ben definiti come la rendita e il profitto.
I due fattori genetici della rendita fondiaria posti a fondamento dei due modelli di Ricardo e von Thünen sono stati elaborati nella prima metà dell’Ottocento, in contesti economici radicalmente diversi da quelli attuali, in cui il settore primario rappresentava di gran lunga il settore più rilevante per la formazione della ricchezza.
Per l’analisi del rapporto tra fertilità dei suoli e rendita il riferimento obbligato è al modello di David Ricardo (1772- 1823) . Ipotizziamo un’economia dove una molteplicità di imprenditori opera nel settore primario, sfruttando tutte le terre in grado di remunerare i fattori della produzione.
La terra meno fertile sfruttata è quella in grado di fornire un prodotto capace di remunerare solamente i fattori della produzione, cioè la forza lavoro, il capitale investito e il profitto normale dell’imprenditore; questa porzione di suolo prende il nome di terra marginale.
Ovviamente si coltivano anche altre terre più fertili, che assicurano una produzione superiore. Il prodotto delle terre più fertili rispetto alla terra marginale è ripartito in due quote:
 la prima è impiegata per remunerare i fattori di produzione;
 la seconda è la rendita; essa sorge in relazione alla superiore fertilità del terreno rispetto a quello marginale e spetta al proprietario del fondo.
All’aumentare della fertilità dei suoli, la rendita cresce. E’ ovvio che se il proprietario fondiario conosce ciò che la propria terra può rendere e quanto rende il suolo marginale, è perfettamente in grado di appropriarsi del residuo, richiedendolo all’imprenditore agricolo ad esempio sotto forma di affitto.
Alcuni aspetti del modello ricardiano vanno sottolineati per l’importanza che rivestono per tutte le successive analisi della rendita. Essa è in primo luogo differenziale: sorge infatti per la differente fertilità di un suolo rispetto rispetto alla terra marginale; se tutte le terre fossero ugualmente fertili non vi sarebbe secondo Ricardo alcuna rendita. In secondo luogo, una volta definiti sulla terra marginale i livelli di remunerazione del fattore lavoro, del fattore capitale e il profitto normale, la rendita assume un carattere residuale legato all’appropriazione di ciò che viene prodotto in sovrappiù sulle terre più fertili.
Il regime di proprietà dei suoli – pubblico o privato che sia – non ha alcuna incidenza sulla formazione della rendita; ha invece a che vedere con la sua distribuzione, che in un regime di proprietà privata premia una particolare categoria di cittadini, ovvero quella dei proprietari dei suoli.
Il modello di von Thünen (1783 – 1850) pone la formazione della rendita fondiaria non più in funzione della differente fertilità dei suoli – e quindi di una caratteristica intrinseca del bene fondiario – bensì della posizione geografica – ovvero di una sua caratteristica estrinseca. Inoltre, sempre con riferimento al modello ricardiano, la riflessione di von Thünen non considera solo il problema della distribuzione del reddito, ma si spinge oltre mettendo in relazione la rendita fondiaria e la localizzazione delle attività produttive sul territorio.
Il punto chiave del modello è rappresentato dalla differente accessibilità dei luoghi rispetto al centro e quindi ai costi di trasporto che la produzione deve sostenere per accedere ai mercati.
Consideriamo un territorio con un centro e una periferia. Al centro troviamo il mercato, ovvero il luogo dello scambio. Coloro che hanno la propria produzione localizzata in area periferica devono necessariamente sostenere un costo superiore rispetto a coloro che producono in un’area centrale, poiché sono costretti a trasportare la merce fino al luogo dello scambio. Dunque il centro è caratterizzato da costi nulli di trasporto, mentre quanto più ci spostiamo in periferia, tanto più i produttori sopportano crescenti costi di trasporto.
Per il ragionamento sulla formazione della rendita risultano decisive alcune variabili: il prezzo di vendita del prodotto finale, il costo di trasporto delle merci, il costo complessivo della produzione al netto della voce appena considerata.
Se costi e ricavi si equivalgono, allora non c’è alcun residuo e l’imprenditore non può offrire alcun compenso al proprietario del suolo dal momento che ciò che ritrae dalla terra consente esclusivamente la remunerazione dei fattori della produzione. Risulta evidente l’analogia con la terra marginale del modello di Ricardo: entrambe le aree rappresentano il limite oltre il quale non esistono più le condizioni per la convenienza privata dell’imprenditore a lavorare i suoli e costituiscono le uniche porzioni di suolo il cui prodotto è interamente destinato alla remunerazione dei fattori di produzione
Spostandosi verso il centro, i costi di trasporto diminuiscono e ciò determina la formazione di un residuo, ovvero di una differenza fra ricavi e costi. Mano a mano che ci avviciniamo al luogo dello scambio, il residuo aumenta. Al centro i costi di trasporto sono nulli e il residuo è uguale al margine della coltivazione considerata, ovvero è uguale alla differenza fra ricavi e costi al netto della quota relativa al trasporto delle merci. Nel modello di von Thünen, questo residuo non è altro che la rendita di posizione, di cui la proprietà fondiaria si appropria in quanto è la risorsa suolo a fondamento del vantaggio specifico di quella porzione di suolo rispetto alle aree concorrenti.
Ancora una volta, l’analogia con il modello di Ricardo appare chiara: la rendita nasce da un vantaggio relativo dell’area – nel modello di Ricardo la superiore fertilità, nel modello di von Thünen la superiore accessibilità – di cui si appropria il proprietario fondiario, ovvero colui che fornisce la risorsa in grado di assicurare tale vantaggio. La rendita è detta, come nel modello ricardiano, differenziale poiché sorge per la differente localizzazione del suolo in relazione ad un centro, in questo caso considerato il luogo dello scambio.
Nel modello di von Thünen come in quello proposto da Ricardo, la rendita si presenta come differenziale, in quanto sorge da una differenza di rendimento o di costo rispetto alle terre marginali, che nel caso di Ricardo sono le terre meno fertili e in quello di von Thünen sono quelle più distanti.
La natura differenziale della rendita non è però sufficiente a spiegare esaustivamente il fenomeno; due paradossi ci confermano che essa, da sola, non rende conto del problema in modo completo.
In primo luogo appare poco verosimile che sulla aree marginali il proprietario terriero ceda ad un imprenditore un’area affinché ne possa fruire per svolgere la propria attività senza richiedere alcuna rendita. Esiste infatti una chiara evidenza empirica che, anche sulla terra marginale, la proprietà fondiaria riesce ad ottenere una rendita. Ad esempio, anche i suoli edificabili più periferici e meno accessibili della città hanno un valore di mercato decisamente superiore ai suoli destinati ad uso agricolo anche immediatamente adiacenti.
In secondo luogo, se tutte le terre avessero uguale fertilità – oppure eguale accessibilità – allora non dovrebbe esserci rendita dal momento che non vi è differenza fra l’accessibilità/fertilità delle singole porzioni di suolo. In realtà, l’analisi economica rivela come, in presenza di una domanda adeguata e di un’offerta limitata strutturalmente, si possa benissimo formare una rendita anche su terreni dotati di uno stesso livello di accessibilità/fertilità.
Per superare questi due paradossi è necessario introdurre una nuova fattispecie di rendita, la rendita assoluta. Tale fattispecie di rendita non sorge in virtù di una differente accessibilità/fertlità di un suolo rispetto ad un altro all’interno di una stessa categoria di beni fondiari, bensì per una generale scarsità aggregata di suolo – sia esso urbano o rurale – con riferimento ad una domanda aggregata di quest’ultimo.
La rendita differenziale esprime il differente vantaggio che il proprietario ritrae in funzione di una superiore fertilità o accessibilità della propria area in relazione alle altre che fanno parte della categoria considerata (ad esempio: le aree urbane). La rendita assoluta esprime il vantaggio di cui tutti i proprietari di una determinata categoria di beni godono in virtù della limitata offerta del bene di loro proprietà.
In conclusione da un lato, la rendita solleva legittime istanze legate alla appropriazione di ricchezza collettiva da parte di una porzione minoritaria di cittadini; dall’altro, la rendita è dispositivo ottimizzante nell’allocazione di una risorsa a offerta limitata quale è il suolo.
Nella situazione odierna distinguiamo due mercati potenziali: il primo relativo a una domanda di beni fondiari a esclusiva destinazione agricola (la terra come mezzo di produzione e di sostentamento). Il secondo mercato, a tratti sovrapposto al primo, dipende dalla destinazione d’uso del fondo, anche solo potenzialmente alternativa a quella agricola (la terra come rendita di posizione a prescindere alle qualità intrinseche dei suoli).
In questo contesto le caratteristiche della domanda sono frammentate e i valori monetari non sono più definiti in base a parametri di redditività dell’attività agricola, ma dalla considerazione del bene fondiario come “patrimonio”. Questo elemento introduce un fattore speculativo dirompente per il mercato. In termini reali, negli ultimi anni il valore della terra è rimasto pressoché stazionario, tuttavia visto nel dettaglio l’andamento dei prezzi per tipologia di terreno evidenzia un andamento crescente dei valori fondiari, con differenze sostanziali. Dove la domanda di operatori immobiliari è presente si registrano prezzi di gran lunga superiori all’andamento dell’inflazione. Gli operatori extra agricoli sono diventati una componente quasi strutturale del mercato fondiario, data la capacità finanziaria che sono in grado di trasferire nel settore, mentre l’acquisto della terra, sta diventando una strada difficilmente percorribile per i contadini.
Uno degli elementi chiave per il rilancio del settore agricolo risiede nell’accesso al bene terra che può consentire sia un rinnovamento degli operatori sia una più equa redistribuzione del capitale fondiario.
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